Blog di Dario Fo

Via gli intoccabili!!!

Fuori subito
tutti i funzionari pubblici
condannati per corruzione,
reati sessuali e pedofilia.


Il Parlamento sta per prendere in esame la nuova legge sul licenziamento dei funzionari pubblici condannati.
Questo è il momento per una battaglia che possiamo vincere. Firma qui la nostra lettera a Prodi! Sui temi di questa petizione ti invitiamo a visionare la puntata di Report trasmessa domenica 19 maggio disponibile su questa pagina.

Via gli Intoccabili!!!

Gentile Presidente del Consiglio Romano Prodi,
noi cittadini le chiediamo di porre rimedio a un'infamia che mina l'efficienza e l'onestà della pubblica amministrazione.
Chiediamo di affermare il patto di correttezza tra lavoratori e aziende anche all'interno della pubblica amministrazione. Chiediamo che tutti i funzionari pubblici condannati vengano automaticamente licenziati senza possibilità di scappatoie.
Esiste una bozza di proposta, avanzata all'interno della maggioranza, che determinerebbe il licenziamento soltanto per i dipendenti pubblici condannati a più di due anni. In questo modo il 98% dei condannati resterebbe nella Pubblica Amministrazione!!! Si tratta di una proposta intollerabile e insultante per i cittadini e i funzionari pubblici onesti!

Un funzionario pubblico rappresenta lo Stato. Quindi deve essere persona integerrima.
Oggi persone come l'ex ministro De Lorenzo sono ancora sul libro paga delle istituzioni. Addirittura restano al loro posto insegnanti condannati per pedofilia!
Se vogliamo rifondare il rapporto tra cittadini e istituzioni è indispensabile partire da qui.
Chiediamo inoltre che la Pubblica Amministrazione chieda un risarcimento per il danno di immagine che reati legati alla corruzione, alla violenza sessuale e alla pedofilia perpetrati da funzionari pubblici, comportano.
Chiediamo che insieme a questa legge sul licenziamento dei dipendenti pubblici corrotti sia approvata anche la proposta di legge presentata da Franca Rame sul codice di procedura per i giudizi innanzi alla Corte dei conti, che annulla il condono emanato da Berlusconi che permette ai funzionari pubblici condannati di evitare il pieno risarcimento dei danni arrecati.

Chiediamo infine che sia revocato il trasferimento di Luigi Magistro, creatore del sistema di controllo informatico contro le truffe fiscali dell'Audit: e' mai possibile che una volta che c'è un funzionario che combatte con successo la corruzione lo si debba punire?

Alla prima seduta sarò in mezzo ai cittadini

Vi scrivo per comunicarvi che rinuncio alla carica di consigliere comunale e che quindi non parteciperò in tale veste alle sedute del consiglio.

Questa mia decisione è legata a diverse considerazioni che riguardano anche la mia attività ma soprattutto la consapevolezza che ciò che si richiede, dopo la sconfitta elettorale del centro-sinistra, è un lavoro grande per costruire le condizioni di un diverso governo della città.

Intendo onorare l’impegno che ho preso con gli elettori candidandomi e a maggior ragione il mandato che mi hanno affidato votandomi, continuando a essere vigile e attivo sui problemi di Milano. Lo farò, come finora, fuori da palazzo Marino, al fianco della lista che porta il mio nome e al fianco dei cittadini, dei comitati, delle associazione che hanno lottato e lottano per cambiare questa città.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto nelle primarie, tutti coloro che hanno sostenuto la mia lista, tutti coloro che mi hanno dato fiducia con il loro voto con una promessa per un impegno comune: non rassegniamoci e torniamo a far sorridere Milano.
Con i migliori saluti

Dario Fo

Intervista - Corriere della Sera

Cari amici

Amici carissimi, amici di Grillo e anche un po' miei. E' Dario Fo che vi parla: molto preocupato! Anzi, spaventato. Berlusconi ha sfondato il recinto della fazenda ed è uscito nell'arena e come un bisonte impazzito va gridando: "Attenti a voi! Piantatela di sghignazzarmi addosso, non tirate troppo la corda! Se la tirate troppo, attenti la corda è attaccata allo sciacquone! Io mi trovo dentro la tazza! l'acqua scende, vado sotto e sparisco nella cloaca. Esco e vi distruggo a tutti e quanti! Guai a voi!"

E' fuori dalla grazia di Dio, come si fa a perdere il potere per un pugno di voti! Il bello è che lui, Silvio, in previsione di un risultato quasi pari, ha messo, anzi, imposto una legge elettorale a suo vantaggio: "Chi vince, anche per tre voti in più, ha il diritto di godersi un premio, una mappata di voti in regalia."

E tu guarda la scalogna, vince e di poco il centro-sinistra ed è Prodi con il suo governo che si porta a casa tutto!
Che scalogna! Ma non è finita.
Il deputato di Alleanza Nazionale, Tremaglia con la fiamma in testa, lavora per anni per riuscire a far sì che gli italiani residenti all¹estero abbiano il diritto di inviare i propri voti per posta. Ci riesce. "Vedrete ­ grida - chi vive in un Paese straniero ha nel cuore sempre la Patria! Patria e nostalgia, vuol dire voti a destra! Nossignore! Arriva una bella scarica di voti tutti per la sinistra.
Ma che rogna!

E fra due giorni c¹è un¹altra votazione importante: si vota in Sicilia e a Milano.
Io mi trovo a lottare proprio a Milano con una lista a mio nome (UNITI CON DARIO FO PER MILANO), con Ferrante, per l'Unione.
Fateci vincere! Ma mi raccomando, non esagerate, una vittoria solo per qualche voto in più. Così avremo la possibilità di condizionare positivamente la gestione del nuovo comune di Milano; di imporre che i programmi, e le promesse che abbiamo fatto in campagna elettorale per trasformare, salvare questa nostra città affogata nello smog e nel vuoto d'idee, possa tornare a galla.

Non ci basta che il rinnovamento si risolva in un aggiustamento qui e là, una pitturatina ai lampioni... Diciamo "NO" ai progetti criminali: "NO" allo sfondamento del suolo della città per fare parcheggi di 4 piani. "NO" a un traffico con un milione di macchine in più, "NO" a una periferia senza servizi, ridotta a un ghetto-dormitorio. E mi fermo qui.

Noi non lo permetteremo.
Vogliamo che i bambini giochino fra le piante e il verde... e anche gli anziani possano vivere la loro vita... giorni sereni, magari giocando a bocce in piazza del Duomo!

Forza! Facciamo incazzare Berlusconi! Tiriamo la corda!

Dario Fo per Milano

04 aprile alle 21.00 Incontro tra Rete dei Comitati e Lista Dario Fo
presso Chiamamilano, l.go corsia dei servi

Oggi (sabato 1 aprile) sul Corriere della Sera c'è un articolo che avverte i lettori che a Milano ben 55 tra aziende e commercianti non denunciano i propri guadagni al fisco.
La Guardia di Finanza ha scoperto redditi nascosti per 80 miliardi di euro, che è il 40% dell'evasione nazionale; nel complesso queste società, solo nei primi mesi del 2006, hanno nascosto allo stato redditi per 100 milioni di euro e non hanno pagato l'iva per 7 milioni.
Il caso emblematico è di un concessionario che ha venduto 1000 auto di lusso senza dichiarare neppure un euro. Milano è proprio la capitale morale d'Italia. Lo so che in questa città numerosi sono coloro che pagano le tasse senza ricorrere a paradisi fiscali. Isole con banche e depositi di fantasia. Gabole degne di indegni magliari.
Ma costoro oggi si metteranno in lutto e picchieranno il capo contro i muri urlando "sono il solito coglioncione che fa il suo dovere di cittadino" "che vantagio me ne viene?" "certo è questione di orgoglio civico e morale" "ma chi me lo fa fare?". Ebbene noi applaudiamo con affetto e solidarietà a tutti coloro che continuano a voler essere onesti.
Per questo ci battiamo perché nasca una città dove sia normale pagare le tasse, respirare un'aria meno inquinata e soprattutto sognare una vita normale.

vediamoci ancora, il 25 marzo

Nell’incontro dell’11 marzo all’ARCI Bellezza, promosso per discutere di come portare in consiglio comunale gli obiettivi e gli impegni della campagna per le primarie, sono emersi alcuni punti chiari.

1. Il risultato ottenuto nelle primarie da Dario Fo, insieme con quello di Milly Moratti e Davide Corritore, rappresenta un patrimonio insostituibile perché la sinistra possa vincere le elezioni e nello stesso tempo impone lealtà nei confronti di chi ha sostenuto e contribuito a definire i punti di un programma. Un patrimonio che può trovare espressione e rappresentanza in una lista che concorra alla vittoria del centro-sinistra e che porti in consiglio comunale i temi fondamentali rappresentati dalle lotte di comitati, associazioni e cittadini: il traffico e l’inquinamento, la speculazione edilizia sul territorio, l'abbandono delle periferie, la privatizzazione dei beni comuni, la casa, la precarietà del lavoro, la disattenzione totale verso il tema culturale.

2. Su questi temi occorre una radicale inversione di tendenza perché non siano oggetto di compromesso nel nuovo consiglio comunale. Rappresentare e risolvere questi problemi evitando che cadano sotto il controllo e la gestione dei poteri forti che possono condizionare anche la nuova giunta, significa da un lato che non si deve più delegare la loro soluzione, dall’altro che devono essere rispettate l’autonomia e la capacità di mobilitazione, di ricerca e di proposta dei cittadini che si organizzano sul territorio in comitati e in associazioni. Per questo oltre a una lista devono essere definiti nuovi strumenti di partecipazione.

3. Quest’area esprime radicalità nei contenuti, negli interventi sulla città e insieme un’esigenza di unità perché la loro rappresentanza sia forte ed efficace, ma anche per dare un grande segno di novità per la sinistra. Una soluzione unitaria va cercata insieme con i tutti i soggetti che hanno sostenuto la campagna nelle primarie e con le forze interessate e disponibili a ragionare in questa prospettiva.

Ritroviamoci perciò sabato 25 marzo alle 10.30 al circolo ARCI Bellezza, in via Bellezza, per continuare il confronto aperto con l’incontro dell’11 marzo e definire obiettivi e scelte comuni.

Dario Fo

Attenti alla tracotanza

L’8 marzo su Repubblica, pagine milanesi, appare un’intervista condotta dalla giornalista Giuseppina Piano a Bruno Ferrante, candidato dell’Unione a sindaco di Milano, rimasto unico in lizza contro Letizia Moratti.
A proposito della annunciata riunione da lui indetta per la definizione del programma per la nuova gestione del Comune, la giornalista chiede all’ex prefetto: “Anche gli altri partecipanti alle primarie, Fo, Moratti e Corritore, saranno invitati a discutere del progetto?”
Al che Ferrante risponde testualmente: “Loro non c’entrano con la stesura del programma. Gli interlocutori sono i partiti.”
“Che ruolo possono ancora avere, allora?”, incalza la Piano.
“Questo lo vedremo.”
Punto e basta.

In poche parole, dopo aver partecipato alle primarie, tre dei candidati sono posti fuori dalla porta. Il designato unico, Ferrante, deciderà cosa farne, che ruolo assegnare loro o se eliminarli dal contesto politico del centro-sinistra. E con loro ignorare anche i circa trentamila elettori che hanno scelto di appoggiare i tre, ora esclusi.
Insomma si scopre che le regole vengono dettate dal candidato vincente, appoggiato da otto partiti del centro-sinistra.
Questa è una novità! Da che codice nasce questa prassi? Soprattutto, se ricordiamo che all’inizio della campagna per le primarie tutti i quattro concorrenti si erano impegnati a sostenere ognuno il vincitore della competizione. Ma mi chiedo: “Come ci è possibile sostenere un designato senza conoscere e aver collaborato alla stesura del progetto stesso?”
Dovremo marciare in fila come e dove deciderà l’“eletto”, senza discutere del programma e della strategia per renderlo attivo? Ciechi e muti!
Ma ci troveremo in buona compagnia: una folla di votanti che ci hanno appoggiato e che come noi ora si vedono esclusi.
Inoltre dobbiamo risolvere un rebus, la cui la soluzione proprio non riusciamo a indovinare. Come intendono questi strateghi della coalizione considerare i voti raccolti da noi tre esclusi che, come osservano tutti i commentatori politici, saranno determinanti per un’eventuale vittoria del centro-sinistra? Ci viene il dubbio che il disegno di Ferrante e qualcuno dei partiti che lo sostengono suoni più o meno così: “Ignoriamo palesemente i tre, Fo, Moratti e Corritore, li lasciamo in bambola, sospesi… come dire a bagnomaria. Ad un certo punto saranno messi nella condizione di rinunciare, lasciando orfani tutti gli elettori che li hanno scelti. Senza riferimento, costoro forzatamente si ritroveranno a dover scegliere il candidato sindaco dell’Unione: prendere o lasciare!”

Ecco, è qui che il machiavello si fa stupido! E anche incosciente! Vuol dire disprezzare la dignità e l’intelligenza degli elettori.
Umberto Eco, sempre su Repubblica, l’otto marzo avverte l’Unione con un’accorata esortazione: “Attenti, che i delusi propensi a non votare fra la gente di sinistra stanno crescendo.” E io mi permetto di aggiungere: “Non disgustate quelli che credete vostri elettori sicuri.”
Tutti i dirigenti dell’Unione, a partire da Prodi fino a Bertinotti, sono d’accordo nel considerare determinante la vittoria del centro-sinistra nel Comune di Milano. Milano è infatti la chiave di volta di una trasformazione sia politica che culturale che si proietterà in tutto il Nord Italia.
È strano che quei dirigenti non si stiano rendendo conto del pericolo autolesionista che sta procurando la strategia di Ferrante e dei suoi sostenitori nei nostri riguardi. Specie dopo la manovra messa in atto da Berlusconi, che ha convinto Ombretta Colli a ritirarsi dalla competizione lasciando nella destra il campo libero alla sola Letizia Moratti. Gli ultimi sondaggi indicano che Ferrante e la Moratti si trovano staccati l’uno dall’altra da una percentuale di soli cinque punti a favore dell’ex prefetto. Quindi anche l’osservatore più lento in matematica capisce che il nostro più che probabile 10% di elettori diventa assolutamente determinante per il successo della sinistra.
Antonio Gramsci, a proposito di tattica e strategia nella politica, avvertiva: “Non dimenticate di considerare le situazioni nel loro generale. Ma guai se vi addormentate chiudendo gli occhi davanti al particolare.” E aggiungeva: “Osservate le situazioni con umiltà, evitate la scorciatoia della spocchia e tracotanza.”

Bisogna portare avanti il lavoro, incontriamoci sabato

Cari amici,
avevo preso l’impegno di discutere e decidere insieme con voi come portare avanti quelli che negli incontri per le primarie abbiamo definito come punti importanti di un programma per cambiare Milano: dalla questione del traffico e dell’inquinamento al rifiuto della rapina del territorio con i grattacieli della Fiera, dell’Isola e delle aree ferroviarie dismesse, a una città diversa, nella quale anche le periferie siano centri vivi e autonomi.
Intendo rispettare questo impegno confrontandomi con tutti coloro che mi hanno sostenuto: Rifondazione Comunista, Miracolo a Milano, i Verdi con Fo, i Radicali di sinistra, gli Amici di Beppe Grillo, i comitati, le associazioni e le tante persone che in quei tre mesi ho incontrato e mi hanno aiutato a conoscere e capire fino in fondo i problemi della nostra città.
Intendo raccogliere l’appello che mi è stato rivolto dai sostenitori di non disperdere il patrimonio di idee, di proposte, di competenze, di disponibilità a portare avanti concretamente gli obiettivi del nostro lavoro comune.
Per tutto ciò vi propongo di incontrarci sabato 11 alle ore 10 all’ARCI di via Bellezza .
La vostra presenza è determinante per via di alcune gravi difficoltà che rischiano di rendere vano l’impegno di noi tutti. In poche parole alcune forze politiche con le quali abbiamo iniziato il nostro cammino a partire dalle primarie si stanno muovendo e comportando in modo ostile nei riguardi della nostra partecipazione alla lotta per riuscire a far sì che il Comune di Milano sia finalmente strappato alle destre e gestito dalla coalizione democratica di centro-sinistra.
Per questa ragione insistiamo perché passiate parola e siate presenti in gran numero a questo incontro.

Intervento di Dario Fo alla Camera del Lavoro di Milano

In occasione dell’assemblea dei comitati cittadini, a teatro gremito.

(Rivolto agli oratori che l’hanno preceduto, rappresentanti dei comitati cittadini) Vi ringrazio per ciò che mi avete insegnato stasera con i vostri interventi. Ne avevo proprio bisogno. Mi hanno illuminato e anche vieppiù depresso.

Infatti stasera mi sento piuttosto abbattuto. In questi giorni ho girato molto per Milano, tanto nel centro che in periferia. Sono mesi, ormai, che vado intorno, mi informo, ascolto: è come andassi a scuola. Ho avuto sempre con me un operatore che ha ripreso ogni incontro o dialogo e ha registrato le immagini degli sventramenti per la costruzione di palazzi e parcheggi, case fatiscenti, folle ai mercati e cittadini che salgono e scendono dai tram e dai treni.

Io sono stato qui proprio come uno studente, ad ascoltare delle lezioni. Le vostre testimonianze sono state una conferma di quello che ho elencato nella mia memoria, delle cose che ho visto intorno che mi hanno addolorato, angosciato e mi hanno fatto ritrovare come dentro una ragnatela, per cui mi chiedevo “Come risolvere questa disperata situazione? Come ti tiri fuori da questa immensa trappola di smog, frastuono, traffico e ingorghi, macchinamenti e truffalderie? Come disfare l’impianto incancrenito su cui sopravvive questa città?”

In più stasera da tutti quelli che hanno preso la parola ho sentito ribadire le ragioni storiche e strutturali di questa situazione con termini più precisi, direi geometrici. Stasera per me è stata veramente una grande lezione, ma sono sicuro anche per il pubblico che vi ha ascoltati.
Ero vicino ai miei compagni… come dire di cordata… – State attenti a non intendere questo termine nel significato ormai convenzionale…– Guardavo anche i loro visi… erano stupiti della precisione e dell’essenzialità con cui venivano esposte le infamie e del coraggio con cui si indicavano i responsabili: tutti.

Perché molte volte si è ripetuto: “La destra è veramente colpevole di infamia, di brutalità, di arraffo, di superficialità, di imbecillità in certi momenti, di buffoneria proprio oltre il limite.”
Ma quante colpe ha anche la sinistra? Profonde colpe, che durano da tanto tempo. Cioè il fatto di non aver seguito fino in fondo, di non aver tenuto, come si dice, il fiato sul collo a tutta questa gente, incalzandoli, e di aver accettato dei compromessi, quanti compromessi! (applausi del pubblico) quanto lasciar correre per anni, anni, anni…

Molto tempo fa mi ritrovavo alla Palazzina Liberty a Milano, mettevamo in scena degli spettacoli ed erano spettacoli feroci, denunce forti, che oggi si accettano, perché ormai sono stati sciolti dal tempo. Ma che difficoltà in quel momento farli passare, specie da parte di certi dirigenti della sinistra che non accettavano che si andasse fino in fondo. Il loro tormentone era smorzate i toni, siate cauti.

Noi si gridava: “Le stragi sono di Stato”. Loro ribadivano: “Calma, lasciate che la giustizia faccia il proprio corso”. E aggiungevano rivolti ai giudici e al Governo: “Fate luce”. Non: facciamo noi luce, ma loro!, i governanti, che spostavano i processi contro le stragi in Puglia, Calabria, come in un carosello da polverone.

E abbiamo molto sofferto di questo. Abbiamo perso la presenza, abbiamo perso la cadenza, abbiamo perso la giusta caparbietà che bisogna tirar fuori per far rispettare i propri diritti. Non te li danno! Non te li regalano mai i diritti! Devi prenderteli!

Abbiamo sentito parlare di leggi… quante volte: applicare la legge, l’ordine, bisogna seguire le regole. Ma quando mai le leggi hanno fatto la storia degli uomini? È stato il combattere quasi sempre contro certe leggi imposte che ha liberato il cammino degli uomini (applausi), leggi fatte passare di prepotenza per abbattere, per distruggere, per abbassare la nostra volontà di essere, di esistere, di collettività e di legame agli interessi collettivi e non andarsene ognuno per il proprio campo.

E poi ribadisco: l’eterno ricorrere ai compromessi. Noi siamo maestri di compromessi, diceva qualche grande filosofo, ma il gesto più coraggioso, che ci leverebbe nella credibilità, è proprio quello di sfuggire al compromesso, assolutamente non accettarlo. Quando pensi che uno degli uomini politici tenuto in molta considerazione dal nostro presidente del Consiglio, un certo Lunardi, specialista di trafori e ponti, ha dichiarato: “La mafia c’è e con la mafia bisogna imparare a convivere”. Prego, gradisce un caffè? Un semplice contatto, l’inizio di un dialogo…
E non è forse questo un altro percorso, sostituendo il termine obbrobrioso di mafia, molto simile a quello che alcuni maestri della politica realistica caldeggiano per un prossimo futuro, compreso quello della direzione di questa nostra una città? “Bisogna convivere con il potere – ti dicono – con coloro che gestiscono la finanza, convivere con i furbi, le forze, o meglio i poteri forti della città.”

Allora, questa sera abbiamo sentito ripetere esplicitamente questo stesso problema da voi dei comitati che mi avete preceduto su questo palco, e di questo coraggio io vi ringrazio immensamente. Avete ribadito che non basta avere idee chiare, non basta proporre delle soluzioni drastiche, non basta dire “Blocchiamo le gigantesche costruzioni che deturpano l’assetto della città, blocchiamo lo scempio dei parcheggi a più piani che ingoiano migliaia di macchine, le stesse che troveremo invadere le strade adiacenti, causando ingorghi da giudizio universale…”.

Bisogna cancellare tutto questo obbrobrio non solo dalle carte progettuali, ma anche dal territorio. Dobbiamo urlare perentori: “Non ci devono essere più”. Bisogna veramente toglierli di mezzo, torri, tunnel, garage a grappoli, perfino sotto la darsena dei navigli. Ma c’è subito il coro dei moderati che ansimando ti chiede: “Ma scusa, ma delle strutture già in atto, dei tunnel già a metà traforati, delle basi dei grattacieli, degli alberi mozzati, che ne facciamo? Ormai ce li abbiamo, ci conviene tenerli. Sono soldi…” No!!! Non si tengono! Perché è da lì che si ritorna da capo: “Mettiamoci una pietra sopra, anche più di una, ormai abbiamo spesi dei quattrini, è un peccato buttarli.”

No, mi spiace ma giacché voi parlate sempre di leggi allora vi diciamo che è proprio per rispetto alle leggi civili che si deve togliere di mezzo questo orrore. Siete voi a voler uscire dalla legge: fuori legge, a danno della salute pubblica, della onestà, della sicurezza. Noi dobbiamo cercare assolutamente di non permettere che questi progetti vadano avanti. Ma non avete fatto caso allo scatto da centometristi, eseguito in questi ultimi giorni da tutti i dirigenti della destra al potere pur di arrivare a mettere il piede sul nastro di partenza dei lavori, per poter posare “le mani sulla città” e bloccare ogni impedimento, così da proseguire fino alla fine nell’issare pareti fino all’ultima colata di cemento.

E di nuovo le leggi e le regole che bisogna ingoiarsi con il solito accompagnamento della manata sulle spalle… lascia correre… lascia fare… non piantiamo grane.
Ecco la mia tristezza. Il mio timore ossessivo, ma ho scoperto stasera che questo dubbio lo sto dividendo con tutti i comitati qui presenti, è che chi sarà scelto a salire sul podio del Comune alla fine sarà spinto a seguire questa soluzione.

Noi temiamo che il vincente non avrà la determinazione di tener fede fino in fondo a quello che ha promesso, noi testimoni, a proposito della difesa di questa grande trasformazione: l’impegno assoluto di voler ad ogni corso liberarci dall’aria malsana, dal caos del traffico, la volontà di costruire case non per speculare come sempre ma per dare rifugio ai cittadini, aiuto e sicurezza ai bambini e agli anziani, spaccare la logica di una Milano fatta di un centro, isola di benessere e una periferia dormitorio e palestra di criminalità…

Insomma cambiare pagina, cambiare linguaggio, cambiare sistema, cambiare cultura, buttare all’aria la logica del compromesso, dell’accettazione… del tiriamo a campare… e del chi ce lo fa fare di aver contro quelli che contano! (applausi).
Ma mi chiedo: erano solo belle parole quelle che tutti noi candidati alle primarie abbiamo snocciolato per giorni e giorni davanti a platee diverse? Noi l’abbiamo promesso questo radicale cambiamento. Bisognerebbe fare come nei grandi riti della storia antica: un solenne giuramento con il fuoco, con le mani levate in aria, davanti ai bambini, giurare davanti a tutte le donne della comunità, davanti alle madri che gridano in coro: “Se ci tradirai, dovrai ucciderti davanti a noi.”

Ma siamo fuori da questo tempo, ormai i giuramenti si fanno soprattutto in politica e non sei tenuto a rispettarli. Così tutto diventa una seria buffonata. Ed è questo che non sopporto. Odio il mondo del compromesso. (applausi)
Io ho avuto una grande fortuna nella mia vita e ho affrontato situazioni davvero pesanti, difficili, da tremare, non ho dormito le notti. Non so se voi potete immaginare che cosa significhi debuttare a New York, per esempio, in uno dei più grandi teatri del mondo oppure a Parigi, oppure metter su un’opera con 250 persone da dirigere e coordinare, rischiando capitali enormi, costretto al successo ad ogni costo, evitando il crollo, non solo finanziario. Se lo spettacolo fallisce, rischia di fallire anche il teatro, rischi di fallire tu stesso, la tua storia, tutto quello che hai fatto in una vita.

Ebbene, vi assicuro che non è niente rispetto alla tensione che ho all’idea che potrei anche essere eletto sindaco (applausi). Ci sono dei giorni in cui mi dico: “Speriamo mi vada male” (risata). Perché quello che ci aspetta, che aspetta ad ognuno di noi candidati se vincente, è un impegno mastodontico di fatica, di forza, di tenacia e di coraggio.
Parliamoci chiaro: la città che ci lasciano sembra una banca dopo un assalto di rapinatori, una città che ha subito un bombardamento come fosse Baghdad.

Ma, in mezzo a tanta angoscia, questa sera ho vissuto un momento di grande conforto. Era bello sentire parlare delle persone, soprattutto delle donne, ognuna di un quartiere con una propria storia, esporre con forza e passione, con coscienza e conoscenza, scoprire la sapienza che emanavano nei loro discorsi.
Allora forse la soluzione è proprio questa: che siate voi a dirigere questo paese, questa città. Non è una boutade (applauso): dovete essere voi! Il sindaco deve essere soprattutto un coordinatore di intelligenze, giacché qui noi questa sera le abbiamo viste chiare.
Basta così.



Dario Fo, 18 gennaio 2006

Assenza a Telelombardia

Alcuni amici, a proposito della mia decisione di non presenziare martedì sera al dibattito sulle primarie svoltosi a Telelombardia, mi hanno criticato: non è stile certo elegante né dimostrazione di spirito democratico il rifiutare qualche giornalista in ragione della sua appartenenza a un giornale piuttosto che ad un altro.

Al che credo mi basterà proporvi questo fatto.
A Milano sette, otto anni fa, durante uno scontro fra giovani del cosiddetto movimento e la polizia, un gruppo di sconsiderati tra i manifestanti diede fuoco ad alcune macchine parcheggiate lungo un viale. Qualche giorno dopo, sul quotidiano “Il Giornale” (o l“Indipendente”) diretto da Vittorio Feltri, lo stesso che oggi dirige “Libero”, fu pubblicata una lettera di un operaio, il quale, rivolgendosi direttamente a me, così si esprimeva: “…Durante quei disordini andò bruciata la mia macchina. Quel mezzo mi serviva per raggiungere ogni mattina il mio posto di lavoro alla periferia della città. Ora io, Signor Fo, le chiedo ‘cosa mi resta da fare?’. Lei che è un uomo della sinistra, vicino tanto agli studenti rivoluzionari che agli operai, dimostri coi fatti di essere solidale con chi ha sofferto un disastro che lo porta alla disperazione. Mi devo alzare alle cinque del mattino per raggiungere il luogo dove lavoro. Sarò prevenuto, ma non credo che lei vorrà davvero aiutarmi. Ad ogni modo attendo fiducioso. Lettera firmata.”
Quella lettera, è ovvio, mi ha lasciato piuttosto amareggiato, sconvolto. Ho telefonato immediatamente alla redazione del quotidiano, chiedendo di conoscere il nome dell’operaio danneggiato. Mi hanno risposto che il responsabile della pagina delle lettere non era presente e che sarei stato raggiunto telefonicamente il giorno appresso. Due giorni appresso mi rifaccio vivo, ma mi rispondono che la busta sulla quale erano il nome e l’indirizzo era andata perduta. Decido di rivolgermi alla polizia. Chiedo a un maresciallo se è in grado di fornirmi il nominativo del proprietario della vettura bruciata. In un primo momento il graduato mi risponde che non gli era possibile svelare il nominativo del danneggiato, ma appresso, quando gli leggo la lettera dell’operaio apparsa sul quotidiano, si decide a darmi qualche informazione: “I mezzi andati in fiamme sono tre: uno è un camioncino, l’altro è un furgone, la terza vettura non corrisponde ai dati da lei forniti e il proprietario della medesima è stato già rintracciato. È una donna impiegata al Comune. Mi dispiace per lei ma è evidente che quella lettera ha tutta l’aria di essere un falso.”
Scrivo al giornale per comunicare il risultato delle mie indagini. Mi rispondono in calce che la redazione non ha nessuna responsabilità della beffa pubblicata. “Se dovessimo indagare sull’autenticità di ogni missiva saremmo costretti ad assumere una nutrita squadra di investigatori.”
Nessuno mi può togliere dal cervello che in verità la lettera in questione sia stata architettata in redazione al solo scopo di buttarmi addosso fango a volontà.
Ecco perché credo di avere tutto il diritto di non sentirmi a mio agio all’idea di dover dialogare con un inviato del quotidiano diretto da Vittorio Feltri.
Non sto a elencare altri episodi egualmente scorretti e sgradevoli accaduti in questi ultimi anni.

Dario Fo, 18 gen. 06

La voce dei Clochard:

IL FREDDO E' VERAMENTE ARRIVATO.
PER LE STRADE IL GHIACCIO SI SCIOGLIE SOLO VERSO MEZZOGIORNO,E MOLTI FRATELLI DI STRADA SU QUEL GHIACCIO SONO COSTRETTI, DA UNA GIUNTA CIECA E FALSA, A PASSARCI LA NOTTE.

OGGI E'IL 4/01/06 E LE VARIE ASSOCIAZIONI CHE SI DOVREBBERO OCCUPARE DEI SENZA FISSA DIMORA CITTADINI, NON SONO ANCORA PASSATE A DISTRIBUIRE I SACCHI A PELO INVERNALI, UNICO RIPARO NOTTURNO PER MIGLIAIA DI PERSONE RESPINTE PER INSUFFICIENZA DI POSTI DA UN'EMERGENZAFREDDO INSUFFICIENTE E MAL GESTITA.

I MORTI DI ROMA E DI CREMONA, DOVREBBERO FAR CORRERE AI RIPARI L'ASSESSORE TIZIANA MAIOLO, CHE INVECE SA SOLO ATTACCARE IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA PENATI DOPO L'APERTURA DEGLI UFFICI NELLA NOTTE IN CUI I RIFUGIATI DI VIA LECCO ERANO STATI SGOMBERATI, SALVANDO LORO LA VITA.

EBBENE CARO ASSESSORE, I CLOCHARD ALLA RISCOSSA DICONO "BASTA", "NON CI STIAMO A VEDERE I NOSTRI FRATELLI ED AMICI MORIRE DI FREDDO E DI STENTI, MENTRE LEI SI PAPPA IL MILIONE DI EURO MESSO A DISPOSIZIONE DAL GOVERNO PER L'EMERGENZA DEI MIGRANTI E NON UTILIZZATO, VISTO CHE I RIFUGIATI SONO STATI OSPITATI NEI POSTI GIA ADIBITI A PIANO FREDDO (RIDUCENDOLI ULTERIORMENTE).

LA PREGHIAMO, CARO ASSESSORE, DI ASSUMERSI DELLE RESPONSABILITA' PESANTI E CHE COMPETONO ALLA CARICA CHE LEI RICOPRE IN COMUNE. NOI ABBIAMO TENTATO IN TUTTI MODI DI AVERE UN DIALOGO CON LEI, MA LA SUA LATITANZA VERSO I NOSTRI NUMEROSI INVITI, CI HA SPINTO A COMINCIARE QUELLA CHE DIVENTERA' LA VERA LOTTA DI GENTE CHE NON HA NIENTE DA PERDERE SE NON LA VITA,E CHE PER QUESTO MOTIVO LA DIFENDE CON I DENTI STRETTI.

ATTENZIONE ASSESSORE A NON CONFONDERE QUESTE RIGHE CON DELLE MINACCE, IL NOSTRO E' SOLO L'ULTIMO AVVERTIMENTO VERSO CHI NON CI AIUTA ED INVECE DOVREBBE FARLO".

WAINER MOLTENI
PORTAVOCE DEI CLOCHARD ALLA RISCOSSA
ED EX OCCUPANTI DI VIA MAGGIANICO.

"Non perderti d’animo"


Come rifiuti d’umanità, quei profughi passano la notte al gelo. Continua a nevicare. All’alba, dopo un penoso peregrinare, si sono ammassati in piazza, davanti al Duomo. La gente passa distratta, qualcuno mostra fastidio: “La nostra bella piazza del Duomo ridotta a bivacco. Dove siamo arrivati?”. Altri transiti, altri rifiuti. Il sindaco Albertini fuggito, gli assessori assenti. Penati accoglie i rifugiati a Palazzo Isimbardi, sede della Provincia, dove si arrangiano. L’indomani sono di nuovo in strada, in piazza del Duomo. Alla fine cedono. La Majolo sorridente gongola e dichiara alla televisione: con fatica, ma siamo riusciti a convincerli, i rifugiati hanno accettato di occupare i container. Buon anno!
A questo punto val la pena di offrirvi l’ultima parte di una lettera d’incitamento, fatta pervenire ai rifugiati, meglio dire i rifiutati dalla città di Milano, scritta per loro dal Cardinale Tettamanzi, proprio nel giorno di Natale. Alla maniera delle encicliche di Sant’Ambrogio, si rivolge a quella comunità di inaccettati come fossero una sola persona:
“Non perderti d’animo se a volte ti senti respinto, forse anche discriminato. Chiedi con forza e senza stancarti il rispetto dei tuoi sacrosanti diritti umani e legali.” E conclude: “Se in questi giorni ti riesce di telefonare ai tuoi cari lontani, dì loro di star tranquilli perché io sono con voi. Il vescovo Dionigi vuole essere lì, vicino a te. Sentimi vicino a te, nella tua nostalgia e tristezza, nel tuo dolore.”
E al sindaco Albertini non resta che sprofondare nel suo misero pantano di mediocrità.

Gli arabi di Milano: figli di un dio minore?

Sembra che a Milano tocchi anche il privilegio di essere la capitale della santa guerra di civiltà promossa dai paladini dei valori occidentali. Dopo l’Ambrogino consegnato a Oriana Fallaci per la sua crociata e l’incitamento all’odio contro gli infedeli, dopo la cacciata dei rifugiati africani, tutti con regolare permesso, da via Lecco, ecco la ferma presa di posizione del provveditore Dutto, del prefetto Lombardi con il coro di Lega e Forza Italia, contro la scuola araba che oggi inizia le sue lezioni in via Ventura.
No, a Milano, dove pure fioriscono scuole private di diverse religioni, anche se soprattutto cattoliche con generosi finanziamenti pubblici, una scuola per i musulmani non s’ha da fare, neanche, come in questo caso, se diventa un doposcuola per insegnare a questi bambini la loro lingua d’origine insieme con quella del paese nel quale ora vivono.
La difesa di una, presunta, civiltà contro un’altra è stata sempre la causa dei più grandi crimini nel corso della nostra storia. Qui con governanti mediocri ci accontentiamo di carognate contro persone deboli e senza difese, addirittura contro bambini, ma sono queste carognate, anche perché vili, la manifestazione più pericolosa dell’intolleranza.
Solidarizzare con questi nostri fratelli, di pelle e di religione diversa, difendere le loro ragioni e impegnarci per i loro diritti è il nostro modo per credere e affermare che un mondo migliore è possibile.

Le priorità di Dario Fo per Milano

:: Salvare i cittadini milanesi dai danni dell’inquinamento provocato dai combustibili per trazione e per riscaldamento.
Per l’inquinamento ogni anno muoiono circa 1300 persone e si perdono circa 800.000 giornate di lavoro. Occorrono interventi immediati (blocco del traffico e aumento del trasporto pubblico fino al rientro nei limiti consentiti), di medio periodo (sostituzione per ordinanza del gasolio per trazione con biocomustibili e di quello per riscaldamento con metano, di lungo medio-lungo periodo (chiusura del centro al traffico privato e costruzione di isole intermodali intorno alla città).

:: La città centrifuga.
Milano è al centro di un grande movimento di uomini, mezzi e merci: vi si viene per lavorare e per cercare lavoro, per comprare, per vendere, per studiare, con mezzi pubblici e privati: questa città va riprogettata, rovesciando radicalmente la logica accentratrice che la governa e la soffoca.
Quindi “svuotare” Milano: del traffico e quindi dell’inquinamento; svuotare la sua amministrazione che riduce i servizi ai cittadini al livello da terzo mondo a favore di una rete di municipalità alle quali trasferire le funzioni dei suoi assessorati: servizi sociali, cultura, territorio; svuotarla dell’idea di essere un centro vivo circondato da periferie morte da destinare alla speculazione, per fare di ogni periferia il centro di una comunità nella quale i cittadini si possono riconoscere.

:: Il territorio, la casa.
L’accentramento di funzioni e servizi aumenta il valore del terreno del centro e ne caccia i redditi medio bassi che sono costretti ad andare ad abitare nell’hinterland, aumentando il problema del pendolarismo, quindi del traffico e dell’inquinamento. La città centrifuga riequilibra i costi immobiliari e ripristina l’equilibrio tra edilizia residenziale ed edilizia convenzionata e popolare. Nel centro storico devono essere ripristinate e allargate le aree a edilizia convenzionata e rigettati progetti come quelli della Fiera e dell’Isola che prevedono milioni di metri cubi senza un centimetro di edilizia convenzionata. Che senso ha un nuovo grattacielo della Regione Isola che porta in centro altre funzioni amministrative e costringe le periferie ad andare in centro con il conseguente aumento traffico, congestione, inquinamento per la città?

:: Difesa dei beni comuni.
Le aziende di interesse collettivo devono rimanere o tornare sotto il controllo pubblico. In sostanza a un malinteso principio di sussidiarietà “il pubblico faccia solo quello che non può fare il privato” bisogna contrapporre il ragionamento “perché non può essere una mano pubblica, a cogliere gli utili di una presenza sul mercato nei settori dei servizi a rete?”

:: Bilancio partecipato e Luogo Comune.
Comitati e associazioni hanno costruito nel tempo un tessuto di soggetti che sul territorio si organizzano in rappresentanza di interesse specifici e autoorganizzano per gestire pezzi di beni comuni, esprimendo in questo modo una volontà di partecipazione che costituisce l’elemento determinante per superare la crisi di rapporto tra partiti e cittadini e rinnovare forme e contenuti della politica.
Cogliere queste risorse, metterle in rete, interagire con loro è unanecessità per rinnovare concretamente il rapporto tra politica e società, tra partiti e soggetti sociali. Non solo bilancio partecipato ma istituire a livello istituzionale, quindi con un intervento statutario, un “Luogo comune”, uno spazio tra amministrazione e cittadinanza, nel quale i cittadini che si autorganizzano in comitati e associazioni possano fare ricerca, elaborazione, definire progetti con l’amministrazione e verificarne della loro realizzazione.

All'isola al posto dei Re Magi arrivano le ruspe

Siamo all’Isola, un quartiere storico di Milano.


Un mese fa con Franca avevo partecipato ad una manifestazione del rione. C’erano un gruppo di ragazzi e ragazzine che camminavano in equilibrio su alti trampoli. Il maestro clown era un mio caro amico del quartiere. C’era la Banda degli Ottoni che sparava musica allegra. Eravamo più di mille a manifestare contro il progetto del Comune e della Regione che hanno in programma di trasformare tutta quella zona in un ammasso di palazzi e grattacieli, per l’ammontare di ben un milione di metri cubi di fabbricato. Una decina di ragazzi del gruppo degli Amici di Beppe Grillo, a mo’ di uomini sandwich, portavano indosso enormi lettere che componevano parole di sarcasmo, rivolte agli ideatori di quel mostro in cemento: una specie di drago sparapanzato sul terreno, con tanto di volute a mo’ di serpente che avrebbero schiacciato definitivamente il Bosco di Gioia, una piccola foresta affollata da alberi centenari, alcuni di loro molto rari.
Qualche giorno fa si era tutti a un dibattito in un cinema-teatro della Gronda Nord, anche qui per bloccare il progetto di uno scempio urbanistico e stradale, quando Michele Sacerdoti, uno dei più decisi sostenitori della lotta contro il deturpamento dell’Isola, leggeva entusiasta un documento, risultato di un ricorso, che bloccava la determinazione del Comune perché tutto il Bosco di Gioia fosse abbattuto e si iniziasse la messa in opera del cantiere. Un coro di grida e applausi salutò questa splendida notizia.
Ma ecco che due giorni dopo Natale, invece di piantare l’Albero dei doni, arrivano degli operai, mandati dal Comune, con l’ordine di abbattere ogni pianta. Ad accogliere i cittadini che accorrono sdegnati c’è un rappresentante del Comune che esibisce un nuovo documento che annulla il precedente: “Si può abbattere.” Punto e basta.
Gli operai cominciano a togliere arbusti e stoppie intorno alle radici. Fra poco i tronchi saranno segati alla base. Verrà eseguita una condanna a morte per duecento alberi: l’unica oasi rimasta in Milano se ne va.
Ma gli abitanti, trattenuti al di là del recinto di ferro, s’accumulano attoniti, increduli. Un vecchio grida: “Assassini!”. Lo stridente rumore delle seghe a motore inizia un coro davvero insopportabile. Come preceduto da un cigolio simile a un lamento, ecco che cade il primo grande albero. I rami si sfasciano al suolo. Un gruppo di ragazzini tenta di entrare, scavalcando la staccionata. Vengono inseguiti e ricacciati indietro. Ecco: arriva in bicicletta Michele Sacerdoti, l’indomito difensore di quegli alberi. È un uomo di cinquant’anni, ma agile e svelto come un ragazzino. Dribbla gli inservienti e gli operai e con facilità inaudita s’arrampica sul più gigantesco albero: una enorme magnolia, ancor carica di foglie. Sparisce fra le fronde e riappare lassù. I “boscaioli” non sanno che fare. Il dirigente del Comune grida, invitando l’intruso scalatore a scendere, altrimenti dovranno abbattere l’albero con lui sopra. Sacerdoti risponde sghignazzando: “Fate pure. Io di qui non mi muovo. Dovete abbattere anche me.”
Adesso la neve vien giù sempre più fitta. Un gruppo di ragazzi intona “Tu scendi dalle stelle”. Tutti ridono, perfino i “boscaioli” che si riparano sotto la grande magnolia a fumarsi una sigaretta.
Lunga pausa.
Poi di lì a poco ricomincia l’insopportabile cigolio delle motoseghe e uno dietro l’altro altri alberi cadono a terra, sollevando nugoli di neve.

Gli indesiderati

“Hanno aspettato proprio il momento buono”, commentava una donna del quartiere, guardando in su, verso gli immigrati in equilibrio sui tetti dello stabile di Via Lecco 9 e affacciati al balcone pericolante d’angolo, mentre sotto i poliziotti sfondavano il portone.
Hanno aspettato che mettessero nella mangiatoia il bambino, che la gente si sentisse santificata dalla notte di Natale, la pancia piena di cibo e panettoni, per portare a termine il loro colpaccio tranquilli e quasi indisturbati. Carabinieri e guardie di P.S. avevano avuto solo il fastidio di dover spaccare con i grossi tronchesini le catene alle quali si erano legati dei ragazzi. Il portone non s’è spalancato ma si è staccato dai cardini ed è ricaduto verso l’interno, a rischio di schiacciare gli uomini di colore che stavano di là.
Poi, con qualche spintone, la forza è entrata, seguita dai rappresentanti dell’Arci, della Caritas e da Don Colmegna. Sono cominciate le trattative. I quotidiani oggi dicono che tutte le soluzioni offerte dal Comune non sono state accettate dagli occupanti e nemmeno quelle proposte dalla Cgil, dalla Cartitas e dall’Arci. Quei cocciuti hanno risposto sempre di no.
Ma in che consistevano quelle “ragionevoli” soluzioni d’accomodamento?
Il Comune a tutti i 267 rifugiati offriva dei container sistemati in uno scantinato. Io mi trovavo con Franca a qualche metro dal gruppo dei proponitori. Mi scappò, detto a voce alta, che in quelle scatole di ferro ci avrei visto volentieri per qualche notte gli amministratori del Comune. “Sistemare esseri umani in quei bacili è un’idea del tutto crudele”, commentò Don Colmegna.
I rifugiati politici rifiutano naturalmente anche la solita sistemazione nei dormitori dove devi sloggiare ogni mattina presto e tornarci al tramonto. E di giorno dove vivi?


Ma gli assessori si dimostrano pieni di risorse e arrivano addirittura a proporre un tendone riscaldato da sistemare in una zona già abitata da numerosi campi nomadi. In questo caso le donne e i bambini sarebbero stati collocati altrove. Oltretutto gli abitanti di quella zona minacciavano di protestare in coro e opporsi a quel nuovo arrivo. A TUTTO QUESTO BEN DI DIO DI PROPOSTE I Rifugiati RISPONDONO: “NO, GRAZIE, PREFERIAMO restare sul marciapiede… in strada.” I poliziotti se ne vanno e con loro i responsabili del Comune: “Risolvano come gli pare, noi il nostro dovere l’abbiamo fatto!”
Franca urla: “E così lo spettacolo è finito! Guarda che bel presepe avete combinato! Sta venendo giù perfino la neve. Ci manca giusto l’arrivo di Erode per concludere la festa.” Di lì a poco i disperati, gli scacciati, le coperte e i cappelli degli accampati grondano acqua. Qualcuno si leva in piedi e sbatte le coperte. Alcune donne coi loro bimbi in braccio salgono sul pullman dell’ATM, messo a disposizione come rifugio.
Come trascorreranno la notte quegli infelici? Li aspetta una veglia non proprio santa.
Si può ben dire che anche qui Gesù s’è fermato, come ad Eboli.

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