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Aggiornato: 4 min 52 sec fa

Da gennaio si potrà camminare tra le opere di Dalì a Matera

9 ore 19 min fa

Matera sarà Capitale europea della cultura nel 2019 e a omaggiare la città arriva una mostra all’aperto di Salvador Dalì. L’iniziativa promossa e curata da Beniamino Levi, presidente del Dalì Universe, prevede l’istallazione di alcune opere nelle piazze e strade del territorio e l’esposizione di 200 opere minori nel complesso rupestre di Madonna delle Virtù. La mostra sarà inaugurata ufficialmente agli inizi di dicembre e andrà avanti per tutto il 2019, ma è già possibile vedere un orologio sciolto in via Madonna delle Virtù, o un elefante gigante a piazza Vittorio Veneto.

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Come trasformare la tua auto in un mezzo ibrido fotovoltaico

14 ore 44 min fa

L’idea è geniale: prendere un’auto a benzina o diesel a trazione anteriore e trasformarla in un mezzo ibrido solare a trazione integrale dove le ruote posteriori girano grazie a un motore elettrico. Sul tetto e sul cofano pannelli solari fotovoltaici per ricaricare le batterie.
Intervista al Prof. Gianfranco Rizzo, dell’Università di Salerno, inventore dell’HySolar Kit.
Per maggiori informazioni https://www.life-save.eu/

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Energy drink e alcol per 3 adolescenti su 10: un mix pericoloso

16 ore 33 min fa

Tre adolescenti su dieci in Italia consumano alcol ed energy drink insieme. Un mix molto in voga ormai da almeno un decennio, e mai passato di moda, dagli effetti pericolosi. Perché la caffeina e le altre sostanze stimolanti presenti nelle bevande energetiche contrastano gli effetti sedativi dell’alcol, e la mancata percezione di questi ultimi porta a bere di più, instaurando un circolo vizioso che mette i consumatori di questi drink a rischio di binge drinking (abbuffata alcolica) e di comportamenti pericolosi, oltre che di sviluppare la dipendenza da alcol.

Pericolo binge drinking

Alcolici e superalcolici mescolati con energy drink sono il modo “giovane” di consumare l’alcol: il gusto per lo più fruttato e dolce di queste bevande energetiche, infatti, spesso si mescola con l’alcol fino a creare un gusto invitante, permettendo anche ai meno “esperti” in fatto di consumo di vino e simili di assumere importanti quantità di alcol senza accorgersene. Tutto questo favorisce inoltre il binge drinking o abbuffata alcolica: si tratta di problema che riguarda il 23% degli adolescenti italiani e che consiste nell’assumere elevate quantità di alcolici in un tempo breve e solitamente lontano dai pasti per raggiungere rapidamente la sensazione di ebbrezza. Una pratica che, come si legge in un recente studio italiano, può portare all’alcol dipendenza.

Non ci si sente ubriachi

Il circolo vizioso che sperimenta chi beve alcol mescolato a energy drink è spiegato dalla rivista “I profili dell’abuso“, giornale scientifico a cura dell’Onap, l’Osservatorio nazionale abusi psicologici, su cui si legge che mentre da una parte la caffeina e le altre sostanze stimolanti presenti nelle bevande energetiche (come la taurina) danno l’illusione di combattere gli effetti sedativi indotti dall’alcol, inducendo la sensazione di reggere l’assunzione di alcolici meglio di quanto si sia in grado di fare, dall’altra la mancata percezione degli effetti dell’alcol porta a bere di più e a sottovalutare il proprio livello di intossicazione alcolica, aumentando il rischio di trovarsi in situazioni pericolose per sé e per gli altri. Come, ad esempio, mettersi alla guida dopo una notte brava.

Negli spogliatoi

Capita a volte che il consumo di alcol ed energy drink avvenga anche negli spogliatoi di squadre giovanili, prima di disputare gare o partite. Niente di più sbagliato: come spiega il dottor Cristiano Sconza, specialista in riabilitazione ortopedica dell’Istituto clinico Humanitas, consumare questo tipo di cocktail comporta un maggior rischio di traumi e incidenti perché l’effetto stimolante di sostanze come caffeina e taurina, oltre a nascondere gli effetti ‘sedativi’ tipici del consumo di alcol come il torpore, altera le capacità propriocettive della persona, ad esempio nel mantenimento dell’equilibrio. “Ciò può causare una riduzione nella coordinazione e, dunque, portare a compiere movimenti alterati con incremento del rischio di cadute. Inoltre aumenta il rilascio di neurotrasmettitori eccitatori che attenuano gli effetti depressivi indotti dal consumo di alcolici, andando incontro a una sorta di iperattività a-finalistica“.

Un fenomeno che inizia 10 anni fa

Cercando sul web, i primi risultati che attestano tra i giovani italiani il consumo di bevande a base di alcolici ed energy drink risalgono al 2007. Proprio in quel periodo nel nostro Paese le bibite a base di caffeina e simili, sul mercato da più di 30 anni, iniziano a conoscere una sempre maggiore diffusione mentre parallelamente, per quanto riguarda il consumo di alcolici, si registrano incrementi tra i giovani, soprattutto tra le ragazze, e inizia a preoccupare il comportamento degli adolescenti.

Il consumo di bevande energetiche è considerato “normale” dai giovani

Se poi si pensa che nel 2016, secondo l’Istat, tra i giovanissimi di 11-17 anni ha avuto un “comportamento non moderato nel consumo di bevande alcoliche” il 20%, ovvero uno su cinque, e che secondo il report ESPAD (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) dello stesso anno nel nostro Paese circa un adolescente su 3 tra i 15 e i 19 anni assume abitualmente energy drink, si capisce come mai ancora oggi l’abitudine di consumare bevande energetiche mescolate ad alcolici sia ancora una questione attuale. “L’uso di bevande energetiche – si legge sul portale dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza Onlus, che opera nelle scuole secondarie di I e II grado – si sta sempre più normalizzando, tanto che i più giovani le consumano quasi quotidianamente come se fossero bibite gassate (aranciate, gassose, cole) o sportive (integratori di sali minerali), senza avere la minima idea di cosa siano realmente e degli effetti che possono indurre, soprattutto se mescolate con drink alcolici”.

Gli energy drink: dannosi anche senza alcol?

La capacità di potenziare le prestazioni psicofisiche, unita alla possibilità di compensare gli effetti della sbornia e alla facile reperibilità del prodotto rende particolarmente appetibili gli energy drink soprattutto ai più giovani. Secondo gli esperti dell’Onap l’assunzione di queste bevande energizzanti rappresenta la base, “un vero e proprio ‘passaggio iniziatico’ verso la dipendenza e l’utilizzo di sostanze di abuso pericolose e dannose. Non è pertanto solo l’effetto farmacologico che ci deve preoccupare, quanto le motivazioni più profonde, quelle psico-sociali, che inducono giovani e meno giovani a usare sostanze stimolanti per potersi sentire al top nella società. Di fronte a questo, il compito che spetta all’intera società è gigantesco: invertire la marcia e tornare a credere che si può godere la vita senza la necessità di ‘additivi aggiunti’“.

 

Immagine di copertina: Disegno Armando Tondo

Una bella storia: da Alessandria al MIT di Boston: Valeria, maker a 16 anni

Sab, 11/17/2018 - 09:00

Intraprendente, determinata, sicura di sé. Ha idee chiare per il futuro e un’energia contagiosa. A motivarla è la passione, quella per la tecnologia, i robot, ma anche per la ginnastica ritmica, che pratica da anni, per la pittura, gli origami, i viaggi, l’animazione in oratorio. Tanti interessi che riesce a coltivare quando non è a scuola. Sì, perché Valeria Cagnina, maker di Alessandria, ha solo 16 anni. Frequenta il terzo anno di un istituto tecnico informatico.

 

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Un progetto piemontese per coltivare nel deserto

Sab, 11/17/2018 - 03:58

La nuova tecnologia – e la start up che l’ha ideata – si chiama Ghzero e arriva da Torino. Ne sono fondatori Luca Bertolino, agronomo e docente, Massimiliano Caligara, chimico ambientalista, e Fabrizio Barini, che cura la parte finanziaria.

L’idea di base è semplice: costruire serre mobili che funzionino indipendentemente dalle condizioni climatiche esterne. Il motto dell’azienda chiarisce tutto in una frase: “Pensiamo a farvi crescere. Ovunque.

Una sorta di “coltivazione passiva” dove tutto quello che serve per mantenere in vita piante e frutta è autoprodotto nella serra stessa. E, proprio per questo, le coltivazioni possono avvenire ovunque: in alta montagna, nel deserto e dove ve ne sia bisogno, per esempio in aree industriali dismesse; si può in tal modo garantire frutta e verdura fresche in posti dove non sarebbero reperibili.
Tutto questo grazie all’installazione di lampade a led che sfruttano le energie rinnovabili in modo “intelligente”.
Se non bastasse l’autosufficienza energetica e idrica (il progetto prevede il risparmio dell’acqua di coltivazione fino al 90% grazie a metodi idroponici o aeroponici) le serre sono anche facilmente trasportabili perché composte di moduli di 10 metri per 10 e sono assemblabili sia in orizzontale che in verticale.

Il modulo base della serra mobile è in fase di realizzazione nell’Istituto agrario Bonfantini di Novara, che inizierà la produzione di piante utilizzando solo l’umidità dell’aria, e coinvolge gli studenti in un progetto di alternanza-lavoro. Il prototipo dovrebbe essere pronto per la fine di quest’anno, poi il prossimo febbraio si inizierà a coltivare e si prevede la validazione dei dati da parte del “Crea – Consiglio per la ricerca nell’agricoltura e l’analisi dell’economia agraria” per l’autunno 2019.

Fonti:
http://lospiffero.com/ls_article.php?id=42243
http://www.ghzero.com/
La Stampa, 15 settembre 2018

Libera Lettura in libero Stato?

Sab, 11/17/2018 - 01:27

In questi giorni si parla molto di libertà di stampa. Gli insulti di Di Battista ai giornalisti hanno scatenato le ire della categoria.
E’ una storia già vista: chi sta al Primo Potere se la prende con quelli del Quarto e li accusa di essere faziosi, venduti, ecc. ecc.

Alcune precedenti esperienze sono andate anche al di là dei “semplici” insulti: ci ricordiamo del decreto bulgaro di Berlusconi che cacciò dalle reti televisive Rai Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Michele Santoro o dell’ostracismo nei confronti di Milena Gabanelli che di fatto è stata estromessa da Report e dall’azienda di viale Mazzini.

Ora arriva la proposta di un parlamentare pentastellato per istituire una commissione del Ministero dello Sviluppo Economico che decida di quali argomenti si debba occupare l’informazione scientifica in Rai. E non si capisce perché dovrebbe occuparsene il Ministero dello Sviluppo Economico e non quello dell’Istruzione, per esempio…

E’ finita qui? No, perché c’è sempre qualcuno che è più realista del re ed ecco che leggiamo nelle edizioni milanesi dei maggiori quotidiani che a Cinisello Balsamo è in atto una decisa protesta per il diritto di leggere quello che si vuole.

Il fatto: nella Biblioteca comunale ogni settimana si riunisce un gruppo di lettura composto da una settantina di persone e coordinato da Enrico Erns, insegnante. Scelgono di volta in volta i libri da leggere, si scambiano opinioni, consigli. Insomma leggono libri e discutono di libri.

E il fatto deve essere estremamente pericoloso per il bene della zona visto che il prof. Erns è stato convocato in Comune dall’assessore alla cultura Daniela Maggi, in forza alla Lega Nord, che gli ha chiesto di poter entrare nel merito delle scelte di quali volumi leggere; racconta lo stesso Ernst al quotidiano milanese Il Giorno: “Ci è stato chiesto di poter decidere e controllare i temi alla base dei gruppi di lettura. Avevamo mostrato all’assessore un elenco di quattro tematiche tra le quali gli utenti avrebbero deciso autonomamente le letture da affrontare, ma ci è stato chiaramente detto che non potevamo essere noi a scegliere i temi e che il Comune avrebbe dovuto avere parte in causa nel controllo e nella decisione”.

A questo punto l’unica soluzione possibile è stata quella di sospendere il gruppo fino a che la questione non venga chiarita.

La protesta è arrivata ai giornali quando 300 cinisellesi si sono riuniti nel piazzale davanti al circolo culturale Il Pertini – nome quanto mai significativo – e a turno hanno letto brani dove si afferma il valore della cultura libera.

Molte associazioni si sono dette disposte a ospitare il gruppo che però è deciso a volere restare in biblioteca.

In questi giorni il Sindaco dovrebbe incontrare i “pericolosi” lettori che intanto hanno deciso che nei prossimi incontri affronteranno i classici della letteratura russa. E allora ditelo…

Scuola sicura e sostenibile: l’Italia non è tutta uguale

Sab, 11/17/2018 - 01:23

Ce lo dicono i dati, anche quelli recentissimi, appena presentati all’interno del Dossier Ecosistema scuola 2018, XIX Rapporto di Legambiente sulla qualità e sostenibilità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi in Italia.

La sostenibilità inoltre non deve essere solo insegnata, perché non può rimanere un concetto astratto: i bambini devono viverla in prima persona. Perché, oltre a garantirgli maggiore sicurezza e salubrità degli ambienti, oltre a insegnargli che ciò che fa bene all’ambiente fa bene all’umanità, è anche l’unico modo perché questo approccio culturale, questo messaggio, “passi” e non rimanga una vuota intenzione.

Lo stato e la qualità degli edifici scolastici di un territorio rappresentano un indicatore di quanto una comunità investa nel benessere, nella sicurezza e nella formazione dei cittadini più giovani.

Per quanto riguarda la qualità degli edifici e la loro sicurezza, nel complesso i dati presentati dall’Ecosistema scuola 2018, relativi all’anno 2017, mostrano un panorama di 5.725 edifici, di cui quasi la metà edificati prima degli anni ’70 (ovvero prima dell’entrata in vigore di importanti normative come la normativa antisismica e il collaudo statico): di queste, ben il 46,8% necessita di interventi urgenti di manutenzione.
Al Sud, nonostante tre scuole su quattro siano in area a rischio sismico, solo una scuola ogni quattro risulta costruita secondo criteri antisismici, e non si pratica la necessaria prevenzione.

La verifica di vulnerabilità sismica è stata eseguita solo dal 27,4% degli edifici del Sud e dal 2,4% delle scuole delle isole mentre la percentuale sale al 50,9% al Centro e 35,3% al Nord. Le indagini diagnostiche dei solai hanno riguardato l’8,6% delle scuole del Sud e delle isole, il 31,6% delle scuole del Centro e il 25,2% degli istituti del Nord. I certificati di agibilità, prevenzione incendi e porte antipanico sono abbastanza diffusi, con percentuali però più basse soprattutto nelle isole.

Per sanare questa situazione e assicurare lo stesso grado di sicurezza agli alunni in tutta Italia -sottolinea il Dossier – è necessario conoscere lo stato di salute degli edifici scolastici situati nelle aree a rischio sismico maggiore, così da poter programmare le priorità d’intervento e la messa in sicurezza delle scuole più esposte.
Ma va anche superato il metodo di intervenire prevalentemente sui casi di emergenza, per arrivare invece a una programmazione degli interventi e della manutenzione ordinaria e straordinaria, prevedendo anche un piano di riqualificazione per la messa in sicurezza, la bonifica e la sostenibilità degli edifici.

Secondo Legambiente finanziamenti e programmazione vanno orientati verso obiettivi strutturali prioritari quali scuole nuove, azioni di riqualificazione che mirano all’adeguamento sismico e/o all’efficientamento energetico.
Inoltre, va sostenuta la capacità di programmazione e la qualità progettuale di quelle amministrazioni che sono più carenti e inefficienti: non dimentichiamo che secondo i dati forniti  da #italiasicura.scuole e rielaborati all’interno del Dossier, su 2.787 cantieri avviati negli ultimi anni per realizzare scuole nuove, interventi di adeguamento o miglioramento sismico e per interventi di efficientamento energetico, ne sono stati conclusi meno della metà.

Le competenze in materia di edilizia scolastica sono in capo agli Enti locali, che devono operare alla riqualificazione del patrimonio anche attraverso il contributo di finanziamenti da parte dello Stato. Nel Dossier si sottolinea anche che, nel tempo, questo trasferimento di risorse è stato molto esiguo e insufficiente rispetto al bisogno reale, e che questo bisogno è ancora oggi non del tutto quantificabile finché non sarà terminata l’Anagrafe scolastica (il censimento di tutti gli edifici scolastici) iniziata nel 1996 e ancora non terminata. Moltissimi sono i passi avanti da fare nel campo della sostenibilità energetica, con l’85% circa delle scuole classificate nelle ultime tre classi energetiche (E, F, G) e solo poco più del 5% nelle prime tre classi. Dato tendenzialmente positivo, anche se comunque molto migliorabile, quello delle scuole che utilizzano fonti di energia rinnovabile, che salgono al 18,2%, contro il 13,5% registrato nel 2012.

Allegato al Dossier troviamo una raccolta che fa ben sperare: una decina di progetti realizzati, esempi virtuosi e importanti esperienze di qualità edilizia di Comuni che hanno scelto di investire in innovazione e sostenibilità con grandi risultati, a partire da Bolzano che, grazie all’efficientamento energetico di tutti gli edifici scolastici, ha ridotto del 50% i consumi energetici.

Scuole belle, sicure e sostenibili, vediamone alcune:

Scuola Primaria di Romarzollo – Arco (TN)

L’edificio ha ottenuto la certificazione Leed Platinum (Leadership in Energy and Enviromental Design). Per la sua realizzazione sono stati usati materiali riciclabili e di provenienza locale, in modo da ridurre l’impatto ambientale del trasporto. Sensori installati un po’ ovunque monitorano costantemente la qualità dell’aria e comandano l’apertura di finestre motorizzate.

Le coperture sono state tutte eseguite con il sistema “tetto verde” ed in parte sono anche fruibili, le facciate sono caratterizzate da ampie superfici vetrate. Sono stati utilizzati materiali riciclabili e riciclati e certificati (es. legno FSC) e materiali di provenienza locale nella misura dal 25%. Per quanto attiene la parte impiantistica, l’edificio è dotato di impianto fotovoltaico, impianti geotermico e sistema di controllo con presenza per spegnimento automatico degli apparecchi di illuminazione artificiale e per il controllo dell’irraggiamento delle finestre che comporta il 75% in meno di energia elettrica consumata

Nuovo Polo Scolastico dell’Infanzia Virgilio – Locri (RC)

L’edificio esistente è stato demolito e ricostruito nello stesso sito quindi è una nuova edificazione, ma senza occupazione di nuovo suolo. E’ presente un uso diffuso del legno: ha una struttura portante in legno lamellare (abete rosso) e anche i tamponamenti esterni sono stati realizzati con pareti in legno esterne perimetrali curve e dritte e rivestimento isolante a cappotto in fibra di legno.

Sono state utilizzate le più innovative tecniche antisismiche e di efficientamento energetico. E’ stata prestata molta attenzione anche al raggiungimento di buoni livelli del “confort ambientale” analizzando e progettando accuratamente, per quanto attiene all’acustica, al ricambio aria, all’ illuminazione artificiale e naturale e al confort termico. Sono stati utilizzati materiali naturali e riciclabili, posizionati impianti fotovoltaici e organizzato un sistema di raccolta dell’acqua metorica per il suo riuso nell’irrigazione delle aree esterne.

Scuola Primaria Felice Socciarelli – Ancona

La scuola è stata costruita in ampliamento ad altro Istituto, ma del tutto indipendente da esso; è stata progettata da tecnici interni all’Amministrazione comunale ed è stata realizzata in meno di 100 giorni.

La struttura è interamente in legno lamellare strutturale, tranne le fondazioni e la copertura è stata realizzata con pannelli di legno lamellare con sovrastante pacchetto coibentato.

L’edificio è antisismico con il livello di prestazioni massimo in base all’attuale normativa. Stesso discorso per le prestazioni energetiche in quanto si tratta di un edificio in classe energetica A4, ad energia quasi zero.

Anche qui la scuola è dotata di un proprio impianto solare fotovoltaico in grado di garantire i 2/3 del fabbisogno totale di energia primaria totale. Per dire altre due specificità tra le tante, l’impianto di illuminazione è interamente composto da nuovi corpi illuminanti a LED e l’impianto di rete internet e per lavagne di tipo LIM è garantito in apposito apparato a cablaggio strutturato.

Asilo nido e Scuola materna Casanova di Bolzano

Il complesso scolastico è una nuova edificazione in un quartiere periferico di Bolzano. Gli edifici sono costituiti da due parti realizzate con materiali diversi: la parte basamentale della costruzione in conglomerato cementizio armato gettato in opera totalmente isolato e protetto dal gas radon, mentre la parte fuori terra è costituita da elementi di legno lamellare isolati internamente ed esternamente.

Particolare attenzione è stata data al sistema illuminante, dinamico e variabile in modo ergonomicamente studiato, con comandi intuitivi, automatici o individuali, tenendo conto dell’apporto termico, del direzionamento della luce, della protezione dall’abbagliamento, della schermatura solare.

Anche la domotica qui contribuisce a rendere efficiente e funzionale il complesso scolastico attraverso scenari preimpostati dove luci, tapparelle motorizzate, riscaldamento, gestione carichi, ventilazione, ecc., funzionano in base ad orari prestabiliti e alle esigenze degli operatori ed utilizzatori.  Il riscaldamento avviene tramite un impianto a pavimento e la qualità dell’aria è garantita da una unità di trattamento interna dell’aria dove temperatura, umidità, velocità e purezza sono controllate, regolate e opportunamente trattate in continuo.

Fonti:

https://www.legambiente.it/temi/scuola/edifici-scolastici
https://www.legambiente.it/contenuti/dossier/ecosistema-scuola-2018
https://www.edilportale.com/news/2018/10/progettazione/le-scuole-pi%C3%B9-belle-sicure-e-sostenibili-d-italia_66583_17.html 

Foto nel testo e di copertina:  XIX Rapporto Legambiente

Cosa sta succedendo in California?

Sab, 11/17/2018 - 01:01

Scuole chiuse per il fumo, case devastate, boschi distrutti: gli incendi che stanno distruggendo la California in queste ore hanno causato decine di vittime e dispersi, con numeri che stanno salendo di giorno in giorno.

Il Corriere della Sera ha pubblicato un video realizzato con un drone, dove si vede il paesaggio lunare che una volta era la cittadina di Paradise, e che oggi sembra bombardata.


Il fuoco ha devastato anche le case delle star, da Gerard Butler, che si è ripreso con la mascherina davanti alle rovine, a Miley Cyrus, a Neil Young, che ha attaccato il presidente Trump che minimizzava sull’accaduto attribuendo il problema a una cattiva gestione dei boschi.

E ovviamente senza casa sono rimasti anche i normali cittadini: secondo le cifre della CBS sono più di 50 mila le persone evacuate in questi giorni.

La California è spesso soggetta a incendi, ma negli ultimi anni non si può negare che siano aumentati.
Il New York Times riferisce che i registri degli incendi californiani risalgono al 1932. Da quella data, ben nove dei dieci incendi più devastanti si sono verificati negli anni 2000, cinque dal 2010 e due solo quest’anno.

Il Bioclimatologo intervistato dal giornale, Park Williams, che lavora al Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University, ha spiegato che la vegetazione è particolarmente soggetta a incendiarsi perché molto più secca, dato che le temperature medie sono “circa due o tre gradi Fahrenheit più della media”.
La causa iniziale degli incendi è poi ancora molto spesso l’uomo, ma a quanto pare il clima permette il diffondersi del fuoco in maniera più rapida, e ogni anno si alza l’asticella dell’incendio più devastante.

Speriamo che da quest’ultima tragedia, che ha coinvolto anche tanti Vip, si riesca a far scaturire un dibattito costruttivo che metta in discussione di nuovo le politiche recenti dell’amministrazione Trump, da sempre dichiaratamente poco interessato al tema cambiamento climatico.

Fonte immagine: NYTimes

Prodotti editoriali elettronici: via libera all’aliquota Iva al 4%

Ven, 11/16/2018 - 09:54

Nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 14 novembre 2018 è stata pubblicata la direttiva (Ue) 2018/1713, che consente agli Stati membri di applicare alle pubblicazioni fornite per via elettronica le stesse aliquote Iva previste per le pubblicazioni su supporti fisici.
In tal modo, quindi, la normativa italiana (introdotta dalle leggi di stabilità per il 2015 e il 2016), che già stabilisce l’applicazione dell’aliquota ridotta del 4% anche ai prodotti editoriali elettronici, trova “copertura europea”.

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Diario della mia spazzatura: come l’ho dimezzata!

Ven, 11/16/2018 - 01:21

Da quando vivo in un microbilocale ho qualche problema con la spazzatura: avendo poco spazio mi sono accorta che continuo a riempire sacchi e a portarla via. Per una settimana ho deciso di fare una prova empirica, non troppo scientifica, ma giusto per rendermi conto: ho pesato tutti i rifiuti che ho prodotto in casa con il mio compagno per vedere se siamo degli spreconi (l’ho raccontato in questo articolo), e intanto ho pensato a come migliorare la situazione.

In una settimana “a regime normale”, soltanto in casa, abbiamo prodotto in due quasi 5 kg di spazzatura, alla quale andrebbero sommati i kg di tutto ciò che buttiamo via fuori casa, dove passiamo gran parte del tempo. Probabilmente sommando quei rifiuti arriveremmo a circa 8 kg, quindi 4 a testa. È una cifra più bassa della media nazionale annuale, che è più del doppio secondo dati Ispra, ma si tratta di una sola settimana, in cui non abbiamo dovuto buttare oggetti più “consistenti”, come piccoli elettrodomestici, rifiuti ingombranti ecc.

Lo step successivo: ridurre

Ho cominciato a ragionare su come potevo comunque ridurre i rifiuti prodotti, guardando a come arrivavano le cose nella mia spazzatura. Il tutto è stato un allenamento molto utile per capire come un oggetto diventava un rifiuto, e perché lo diventava. Mi sono detta che per una settimana avrei provato a ridurre dove potevo.

Prima di tutto mi sono accorta che un grande volume della mia spazzatura era dato dalla plastica, con bottiglie, contenitori e vaschette che occupavano tantissimo spazio. Non erano mai sacchetti molto pesanti ma a fine settimana avevo accumulato quasi 700 grammi di rifiuti di plastica.

Ho quindi deciso di bere per una settimana “l’acqua del sindaco”, cioè quella del rubinetto, e ho subito nettamente ridotto il volume del mio sacco, dato che buttavo circa una bottiglia al giorno.

Poi ho pensato a tutte le vaschette che mi ritrovavo perché avevo comprato carne e frutta al supermercato, già preconfezionate. Ho privilegiato frutta e verdura “sfuse” e per la carne sono andata al banco macelleria o dal macellaio, dove mi hanno avvolto la carne in una normale carta per alimenti. Già compravo le ricariche per saponi e detersivi ma nella nuova spesa sono stata attenta anche a come erano fatte queste ricariche e come potevo ottimizzare altri acquisti di saponi e detergenti, senza cercare negozi dove sono venduti sfusi, anche se ho visto che ormai è un’opzione presente anche in diversi supermercati. Ho continuato a comprare pasta o altri alimenti confezionati, bibite comprese. Potevo fare di meglio, ma comunque sono bastati questi accorgimenti per ridurre il mio sacco della plastica a circa 200 grammi. Nettamente meno di prima, 400 grammi in meno, e soprattutto per un volume molto minore.

Per il vetro e le lattine mi sono organizzata in maniera simile: senza impazzire, dove potevo ho cercato di diminuire il numero di contenitori usa e getta. Fortunatamente abbiamo vicino casa un negozio di vino sfuso, e abbiamo riempito una bottiglia lì, che riporteremo a loro una volta vuota. Vetro quindi quasi azzerato. Alla fine una bottiglia di vetro da circa 1 litro pesa quasi mezzo chilo, quindi in effetti basta poco a far salire o scendere il peso di questo tipo di rifiuto. Magari in zona si potesse portare il vuoto a rendere anche per la birra! Comunque in una settimana abbiamo consumato solo una bottiglietta piccola.

Per il ridurre il metallo ho fatto più fatica: passata di pomodoro e legumi sono più comodi in lattina, anche se volendo avrei potuto scegliere legumi secchi confezionati diversamente. In ogni caso alla fine della settimana ho raggiunto appena 410 grammi tra vetro e lattine, quasi un kg in meno rispetto alla settimana precedente.

La quantità di umido prodotta è leggermente diminuita rispetto alla settimana precedente, buttato in due tranches da 680 e 213 grammi, 893 grammi in tutto, circa 400 grammi in meno. Questo semplicemente perché sono stata attenta a ciò che avevo nel frigo e sono riuscita a non far andare a male la frutta come invece avevo fatto la settimana prima.

Rimane uno dei sacchetti più pesanti, ma per fortuna si tratta di rifiuto sostanzialmente biodegradabile. Avessimo un giardino forse con una parte avrei potuto farci del compost.

Anche per la carta sono riuscita a fare poco per farla diminuire: sono comunque arrivata a circa 600 grammi, circa mezzo kg in meno di prima, ma sostanzialmente per un caso, perché non ho fatto grandi pulizie di scaffali e scrivanie, e per ragioni di tempo non abbiamo comprato spesso il giornale questa settimana. Poi qui a Milano anche il cartone del latte va nella carta, e questa settimana io ne ho bevuto poco per cui ne abbiamo consumato meno, ma è un puro caso, non una riduzione voluta. Devo poi ammettere di non conoscere alternative in zona dove poter comprare latte confezionato diversamente. Mi sono accorta che in condizioni normali consumiamo quasi un cartone ogni due giorni.

Il rifiuto indifferenziato è rimasto uguale, circa 230 grammi rispetto ai 250 precedenti, anche se alla lunga ridurre le confezioni dovrebbe far calare anche questo numero.

Ho cercato di ridurre senza modificare troppo le abitudini che già avevo. Volendo far calare ulteriormente la mole di rifiuti penso che dovrei rivolgermi alle diverse catene e supermercati che offrono prodotti sfusi, anche alimentari e, organizzandomi con contenitori riutilizzabili, potrei buttare anche meno. Si tratta però di uno step successivo, per cui ci vuole qualche tempo per organizzarsi, rimodulando la propria spesa.

Conclusione: da provare

L’esperimento intendeva dimostrare (a me stessa in primis) quanto si possa incidere sulla produzione di rifiuti soltanto modificando leggermente le abitudini. Alla fine dei conti, in questa settimana dove siamo stati solo un po’ più attenti alla spesa e a cosa buttavamo, abbiamo prodotto 2 kg e 333 grammi di rifiuti in tutto. Non ho bluffato con i numeri ma è incredibilmente la metà del totale della settimana standard, dove la cifra totale era 4 kg e 669 grammi.

È un piccolo passo, ma abbiamo quasi dimezzato i rifiuti casalinghi soltanto con poche mosse.

Rimangono i rifiuti prodotti fuori casa, ma mi sono accorta che da quando ho fatto questo esperimento penso in automatico un po’ di più anche a ciò che butto quando sono in giro.

È stato un esperimento riuscito, certamente un po’ spannometrico e improvvisato, ma molto educativo. Sicuramente le scelte di consumo che ho fatto questa settimana le proseguirò nel tempo, quantomeno per evitare di dover scendere in continuazione a buttare la spazzatura!

Le Vitamine, anima della vita (Infografica)

Ven, 11/16/2018 - 01:04

Le vitamine non vengono sintetizzate dal nostro organismo – o non in misura sufficiente – e quindi vanno introdotte con la dieta.
Conosciamole meglio e scopriamo a cosa servono.

Clicca qui per vedere l’infografica più grande

 

Infezioni antibiotico-resistenti: Italia prima in Europa per numero di casi e di morti

Gio, 11/15/2018 - 23:36

Le infezioni antibiotico-resistenti provocano ogni anno in Europa quasi 700 mila casi e oltre 33 mila decessi. Un terzo delle infezioni e delle morti attribuibili all’antibiotico-resistenza si verifica in Italia, dove si contano più di 200 mila casi e quasi 11 decessi che fanno del nostro Paese il primo in Europa. Un primato di cui andare tutt’altro che fieri. I dati arrivano da uno studio del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc) pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases, che sottolinea come la cifra dei decessi a livello europeo sia pari a quella dei morti per Hiv, tubercolosi e influenza messi insieme.

Seconda in classifica c’è la Francia, “staccata” però dall’Italia di ben 80 mila casi di infezioni antibiotico-resistenti e 5 mila morti, mentre la Germania, pur essendo al terzo posto, con 54 mila infezioni e duemila decessi fa registrare cifre pari a un quarto rispetto alle nostre.

Antibiotici di ultima generazione

La ricerca, condotta sui dati del 2015 ottenuti dal network di sorveglianza dell’Ecdc per cinque tipologie di infezioni antibiotico-resistenti, ha messo in evidenza che il 39% dei casi è causato da batteri resistenti anche all’ultima generazione di farmaci, tra cui i carbapenemi e la colistina.

Molte le infezioni in ambito ospedaliero

Dai dati raccolti è inoltre emerso che le resistenze agli antibiotici sono dovute nel 75% dei casi – cioè in tre casi su quattro – a cure somministrate in ambito ospedaliero, suggerendo che è necessario lavorare ancora molto sulla sicurezza del paziente anche in questo settore potenziando le misure di prevenzione delle infezioni batteriche.

Giornata Mondiale del Cordone Ombelicale per promuovere l’utilizzo delle cellule staminali

Gio, 11/15/2018 - 10:07

Il 15 novembre si tiene la Giornata Mondiale del Cordone Ombelicale, World Cord Blood Day, un’occasione utile per promuovere la conoscenza del cordone ombelicale e del suo prezioso patrimonio di cellule staminali che nella maggior parte dei casi vengono gettate via. Invece potrebbero essere utilizzate per la ricerca su malattie serie e per trattare numerose patologie, dai linfomi all’anemia.

La data di questo appuntamento è stata scelta perché il 15 novembre del 1988 è stato effettuato il primo trapianto con le cellule staminali cordonali. Si tratta del caso del paziente Matthew Farrow affetto da Anemia di Falconi. All’età di 5 anni è stato curato grazie al sangue cordonale prelevato dalla sorella che dalla diagnosi prenatale è risultata non affetta dalla malattia.

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IL SITO

Incontri Etnici

Gio, 11/15/2018 - 01:44

Lo sapevate che… alcune fra le donne più affascinanti del mondo sono un incrocio, o meglio un INCONTRO, tra diverse etnie. Nella prima foto qui sotto Ebony Anderberg, Russia + Svezia + Ghana

Aleksandra Wo: Polonia + Singapore + Thailandia

Kiana Garrison: Afroamerica + Germania

Altre foto su 15 volti che mostrano il fascino unico dell’incrocio di etnie lontane

Qui alcuni uomini

Ronnie Cash: Africa + America + Russia

Louis Mayhew: Scozia + Francia + sangue nativo americano + Africa

Hideo Muraoka: Giappone + Brasile

Molto interessante anche il progetto fotografico di CYJO, visual artist americano, che ha fotografato alcune famiglie di sangue misto. Il progetto si chiama appunto Mixed Blood.

Le ricette di Angela Labellarte: Caramelle con Ricotta e Pere

Gio, 11/15/2018 - 01:39

Ingredienti

Per la pasta
Semola 100 gr.
Farina 0 200 gr.
Uova 3
Sale 1 pizzico
Olio 1 cucchiaio

Per il ripieno
Ricotta di pecora 500 gr.
Pere 400 gr.
Sale
Timo 1 mazzetto + rametti per la decorazione
Parmigiano 2 cucchiai

Per il condimento
Noci
Burro
Parmigiano

Preparazione
Mettete tutti gli ingredienti per la pasta in un cutter o in una planetaria fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo.
Trasferite il composto in una ciotola, copritelo con un piatto e lasciatelo riposare per 30 minuti per farlo ammorbidire.
In una ciotola mescolate la ricotta, le pere sbucciate e tagliate a dadini, il timo, il parmigiano e il sale. Amalgamate gli ingredienti mescolando delicatamente.
Prendete la pasta risposata e preparate una sfoglia sottile, utilizzando un mattarello o l’apposita macchinetta. Tagliate la sfoglia a rettangoli, aggiungete il ripieno, arrotolate ciascun rettangolo su se stesso e sigillate formando una caramella (non vi diamo le misure del rettangolo così potete realizzare caramelle della misura che più piace o che meglio riesce!).
Cuocete le caramelle in una pentola con acqua in ebollizione per qualche minuto, disponetele su un piatto da portata, condite con una salsa composta dalle noci, il burro fuso e il parmigiano e decorare con qualche rametto di timo.

Foto di Angela Prati

Venezia abbandonata dai veneziani? Forse sta morendo…

Gio, 11/15/2018 - 01:07

In Italia ci sono oltre 7 milioni di immobili vuoti, inutilizzati. In un surreale paradosso, molte persone ogni giorno lottano per il diritto alla casa, mentre in altre zone del Paese si assiste ad un lento spopolamento. Accade al Sud ma accade anche in una città come Venezia, sfinita dall’overtourism, dal turismo selvaggio mordi e fuggi che ha spinto gli affitti alle stelle e costretto i veneziani a trasferirsi a malincuore nelle zone limitrofe.

Senza i veneziani, Venezia ha perso gran parte del suo sapore autentico e si è tramutata in un meraviglioso luna park gigante – Veniceland, la chiamano – in cui pezzi di storia vengono svenduti per diventare hotel e case vacanze e i residenti non trovano alloggi a prezzo dignitoso. Gli attivisti dell’ASC da anni tentano di fermare questo meccanismo e chiedono politiche abitative che favoriscano chi vuole prendere residenza in città: entrano negli immobili pubblici inutilizzati, si fanno carico dei lavori di restauro e adeguamento e – seppur in maniera non legale, dunque – operano una serie di azioni di riqualificazione urbana al solo scopo di tornare a vivere e lavorare nella città in cui sono nati e a cui è stata tolta l’anima. Il 10 ottobre l’ennesima protesta è sfociata nell’occupazione del Comune. In questa lunga intervista, Nicola Ussani dell’ASC ci spiega meglio cosa sta succedendo a Venezia e quali sono le ragioni degli attivisti.

E’ evidente, a Venezia ci sono ormai più turisti che residenti. La città sembra il set di un film popolato da comparse e con enormi navi che solcano il Canal Grande sullo sfondo. Dove sono i veneziani? Ci spiega le ragioni questo lento ma continuo spopolamento?

Assistiamo a un lento ma inesorabile spopolamento/esodo dal centro storico verso la terraferma, che nell’unicità della nostra città è un compartimento stagno rispetto al centro storico, sia per tradizioni e morfologia del territorio, ma soprattutto per il fatto che la città lagunare è divisa da quella di terra da un ponte, il che rende quindi due elementi completamente a sé stanti il centro storico e la “periferia”, che appunto periferia non è.
Oltre all’arcinoto saldo negativo tra nascite e morti di sicuro la città sta diventando sempre meno appetibile per la popolazione giovane e desiderosa di metter su famiglia. Occorre precisare, per considerare le mutazioni del tessuto sociale veneziano, che Venezia è una città mediamente molto vecchia, con una fascia 50/60 anni molto importante.
L’aspetto base della vicenda sono i costi della casa: a Venezia, se una coppia in procinto di avere un figlio volesse comprarsi casa, non scenderebbe al di sotto dei 300.000 euro per un appartamento di 45/50 mq da ristrutturare; a Mestre o zone limitrofe un appartamento della stessa metratura completamente nuovo e conforme alle norme di legge comporterebbe una spesa al massimo di 120-150.000 euro. Ma occorre anche considerare tutto il “sottobosco” di limiti che “impediscono” a un residente di potersi comunque approcciare al mercato privato anche solo degli affitti.
Gli annunci immobiliari sono ormai quasi tutti transitori e per non residenti. A un proprietario conviene sempre di più, in linea con la deriva affaristica ed economica che ha il mercato immobiliare, affittare più spesso e per periodi più brevi, a locatari che “promettono” la più breve permanenza possibile, aumentando il plusvalore della casa, che quindi a seconda dei casi può valere 300, 500,1000 euro settimanali. Il residente è quindi un ostacolo, a prescindere dalle possibilità economiche: è molto più rischioso avere un residente (come dice la parola stessa, qualcuno che risiede e di conseguenza voglia stabilirsi in loco) abbiente, che un non residente di breve periodo e meno ricco ma che offra una rendita che può variare, uno che si può cambiare (o sloggiare) in qualsiasi momento si voglia.
E poi la mancanza di case pubbliche. Fasce sociali a rischio, l’impoverimento del cosiddetto “ceto medio” e la crisi globale portano giocoforza alcune (ormai ex) categorie protette a dover accedere al mercato della casa pubblica, a rivolgersi alle istituzioni per poter accedere a graduatorie per l’assegnazione di una casa comunale, o comunale ma di proprietà di enti autonomi. Il problema però è che le case pubbliche che rimangono sfitte restano non recuperate né recuperabili per anni, da un minimo di 3 – 4 anni fino ad arrivare a incredibili situazioni di case vuote sfitte da 30 anni! Chiaramente più passa il tempo, più aumentano le case vuote, meno soldi ha la pubblica amministrazione per recuperarle, creando di fatto il paradosso di un sacco di persone senza case ma anche un sacco di case senza persone. In più, le assegnazioni sono sempre fatte “fotografando” una realtà socio/familiare ormai vecchia di 50 anni (e in effetti le case pubbliche furono costruite per le situazioni fordiste) e i nuovi bandi “comprendono” fasce di reddito che non sono necessariamente a rischio, o che magari hanno redditi che consentirebbero loro di accedere al mercato privato. Insomma, non c’è spazio per i poveri ma nemmeno per i ricchi.

Quindi chi sono i veneziani di oggi? E dove vivono? Dove lavorano? Come vivono la mancanza di spazi per loro in una città che ogni anno accoglie migliaia di turisti?

Veneziano è chi vive, abita e ama la città.
Se ci fermiamo al pezzo di carta chiamato “residenza” è ovvio che siamo spacciati, resteremo sempre di meno, si contano attualmente 54.000 residenti.

Venezia è attraversata, oltre che da quasi 30.000.000 (!!!) di turisti l’anno, anche da moltissimi studenti, pendolari (ma non troppo), laureandi e dottorandi, praticanti di master, lavoratori precari che amano e risiedono in città vivendola tutti i giorni, facendoci la spesa, spendendo nelle attività commerciali di prima necessità e, soprattutto, lottando nei vari gruppi di attivismo cittadino per il “bene comune”. A tutti questi elementi, che vorrebbero la residenza ma molto spesso (per i motivi di cui vi parlavo) sono impossibilitati ad averla, dovrebbe esser dato lo status non ufficiale di “semi-residente”. In fin dei conti, queste persone sono cittadini a tutti gli effetti.
I cittadini sono distribuiti abbastanza equamente nella città storica, non ci sono vere e proprie zone di densità: di sicuro le zone più popolari sono ancora quelle in cui vive più della metà della popolazione (i sestieri di Cannaregio e Castello), mentre stiamo assistendo a un lento ma concreto aumento della popolazione dell’isola della Giudecca. Potremmo ridurlo a una semplicistica tesi: in Giudecca ci sono solo due alberghi, posizionati tra l’altro ai due estremi di un’isola che si sviluppa soprattutto in lunghezza, e vige la quasi mancanza di attività commerciali turistiche, se non quelle di una certa qualità e che richiamano i turisti non di passaggio ma che arrivano appositamente a visitare l’isola. In Giudecca quindi si assiste ad un’inversione del trend dello spopolamento che si ha in tutte le altre zone della città.
Per la quasi totalità dei lavoratori in centro storico (esclusi chiaramente i “mestieri” e i trasporti), le rendite e i redditi arrivano dal terziario, che nello specifico è il turismo. Purtroppo, anche molte attività di “servizio” (edicole, tabaccherie, supermercati, ecc.) hanno man mano “aperto” alle necessità del turista, con conseguenti mutazioni dell’esposizione della merce, variazione della tipologia di vendita, introduzione di “segnaletica” in più lingue e molti altri stratagemmi per incuriosire non solo il veneziano, ma anche il turista, soprattutto del tipo “mordi e fuggi”.
Chiaramente, la turistificazione di massa porta spesso a un intolleranza endemica del cittadino verso il turista, non riuscendo più nemmeno a discernerne quello di qualità, intelligente, amante della città da quello “tout-court” che passa con la testa tra le nuvole senza curarsi della morfologia, a volte caotica, che ha la città stessa. Ogni spazio è occupato da un turista: solo alcune zone sono risparmiate dalla “transumanza”, ma unicamente durante la sera, e in luoghi di aggregazione appositi, anche se spesso si “evade” in terraferma solo per evitare di incontrare turisti durante i momenti di svago lavorativo.

Da qualche anno il vostro gruppo ha deciso di passare all’azione, anzi, all’occupazione. Di fatto è però un’occupazione che punta non a togliere abitazioni a proprietari legittimi ma a ridarne una ai veneziani che non vogliono vedere soffocare Venezia. Con il tempo avete riqualificato il patrimonio edilizio e urbano. Ci dice di più?

L’A.S.C. nasce nel 1998 durante le iniziative e le manifestazioni nazionali delle “tute bianche”, o gli “invisibili”, dal momento che i manifestanti (oltre alla citata tuta bianca) indossavano una maschera completamente bianca, uguale per tutti, per mostrare appunto l’invisibilità e inaccessibilità delle nuove fasce precarie al mondo del lavoro e per reclamare l’accesso ai diritti e ai servizi, al complesso mondo dello studio, dei trasporti, della cultura e non per ultima della casa.
A Venezia si occupa la “prima” (rigorosamente tra virgolette: tra fine anni 80 e inizi anni 90 furono diverse le occupazioni di case abbandonate, da parte dei movimenti e dei comitati cittadini locali) casa proprio durante una manifestazione cittadina di tute bianche.
Inizialmente gli occupanti si compongono per la totalità di attivisti e studenti e la pratica si caratterizza in iniziative dirette e alla luce del sole, rivendicando quindi l’azione dell’occupazione di case sfitte e soprattutto non a norma, quindi inassegnabili.
Infatti, la base primaria su cui si poggia l’ASC è la pratica dell’autorecupero: spesso le case che occupiamo versano in condizioni catastrofiche, raccontano il degrado in cui le istituzioni le lasciano e “fotografano” una realtà anacronistica e fuori tempo, a partire dai servizi igienico/sanitari che, anche nei casi in cui siano in uno stato di “leggero” abbandono, sono comunque risalenti agli anni 40/50, quindi privi di doccia/vasca e di bidè.
All’interno di queste case viene appunto messo in atto un ripristino delle principali funzioni di muratura, intonaco e impiantistica. Chiaramente dove non arrivano le esperienze e le abilità si impiegano tecnici specializzati che certificano i lavori fatti a norma.
Un appartamento non può essere assegnato se non a norma, a meno che non venga messo in atto dal comune un bando di autorecupero, che però si rivela spesso essere una farsa clamorosa. Ecco dunque la prima cosa su cui siamo inattaccabili: non portiamo via case a chi ne avrebbe diritto.

Con il tempo, a inizi Duemila, si sperimenta la pratica del “biomattone” in terra cruda, cioè un’esperienza di supporto alle murature completamente naturale, composta da un miscuglio di terra, paglia e acqua. L’esperienza, recentemente, porta alla collaborazione attiva con artisti della Biennale che condividono tale pratica di architettura naturale e investono i loro saperi anche nel restauro di una casa occupata alla Giudecca.
L’ente che ha il maggior numero di case (e quindi anche di case vuote) è l’ATER (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale), di conseguenza il primo obiettivo da sanzionare diventa ATER stesso.
L’acronimo ASC inizialmente sta per Agenzia Sociale per la Casa, in quanto tra i primi obiettivi di lotta ci furono le agenzie immobiliare e la speculazione che in quel periodo veniva fatta su città a grosso impatto turistico e universitario. Gli affitti, a ridosso del cambio lira/euro, venivano perlopiù gestiti da queste agenzie che nascevano a velocità elevata e ufficialmente spaccavano il mercato con richieste che non erano più alla portata di studenti e precari. La voce grossa delle agenzie immobiliari si univa alla mala gestione delle politiche abitative in città, così il tema casa cominciava a diventare un serio problema anche per diverse tipologie di persone. ASC quindi “assegna” le case a chi non può permettersi un canone libero.
E’ verso il 2011 che il ritorno dell’ASC, dopo alcuni anni di trattative con le istituzioni per “riscattare” alcune situazioni di occupazioni conclamate, assume i suoi connotati definitivi e passa ad “Assemblea Sociale per la Casa“. E’ in questi anni appunto che il ceto medio, diventato improvvisamente “impoverito” dalle politiche di austerità, che in questa città si traducevano in “crisi e scomparsa dell’artigianato e delle attività ad esso connesse”, comincia a non poter permettersi più un affitto regolare da privati. Precarietà di contratti lavorativi, a fronte magari di un reddito “normale” ma non più sostenibile per gli affitti triplicati, spinge molte persone a rimettersi in gioco e, complice il silenzio delle istituzioni, le fa avvicinare all’ASC e ne fa condividere gli obbiettivi, trasformando e aprendo la discussione sul tema casa in una grande assemblea itinerante per la città, che in momenti diversi interviene nei quartieri occupando spazi lasciati al degrado e relazionandosi col quartiere stesso.
Il decreto Lupi e precedentemente lo “sblocca sfratti” del governo Renzi negli ultimi anni hanno di certo acuito il problema e hanno tentato (senza risultato, peraltro) di disincentivare l’occupazione di casa, provando a vietare l’erogazione di utenze a chi non fosse in possesso di un qualsiasi titolo per star dentro a una casa. In particolare, lo sblocca sfratti ha generato una nuova ondata di potenziali homeless e ha di sicuro dato una mano ai proprietari per trasformare celermente i loro appartamenti in futuri b&b, contribuendo quindi al selvaggio “cambio di destinazione d’uso” applicabile anche su palazzi storici.

Le istituzioni cosa dicono? E i cittadini? Quali reazioni suscitate? La vostra è, di fatto, un’iniziativa illegale e non lo nascondete…

Le istituzioni locali da circa 20 anni sono sorde a questo tipo di nostra iniziativa.
Il colore politico delle varie giunte non ha mai prodotto un reale tentativo di conoscenza del problema, seppur ci sia stato una sorta di quieto vivere sulle prime occupazioni e un tentativo di “congelare” le situazioni abusive, senza però fare un reale passo in avanti per poter discutere su come provare a risolverle. Di certo noi siamo pronti a parlare con tutti, ma non faremo mai nessun passo indietro, né lasceremo mai le nostre case: questa è la condicio-sine-qua-non da cui si parte per poter intavolare qualsiasi tipo di discussione. Ultimamente, con l’insediamento del governo locale di centro-destra, si palesa una reale intenzione di repressione, con minacce di sgombero per tutte le situazioni senza titolo, e non sono mancati alcuni tentativi di accesso con forza pubblica, ai quali chiaramente l’ASC ha risposto coi propri corpi e le proprie facce respingendo le forze dell’ordine che avrebbero voluto rientrare in possesso dell’immobile. Di sicuro questo ci rende forti, coesi e strutturati in casi del genere; ed è anche questa la forza che ci ha fatto ben volere dalla cittadinanza.

Sebbene infatti l’occupazione di casa venga vista ancora come una pratica illegale (lo è) fine a se stessa, negli ultimi anni la cittadinanza ha cominciato a capire i nostri percorsi, soprattutto quando scendiamo in piazza per bloccare sgomberi da privati, ponendoci quindi come filtro tra le istituzioni e il cittadino che subisce lo sfratto, spesso per morosità incolpevole, ma sempre più per fini di lucro da parte del proprietario. Questa nostra recente pratica scoperchia i vari vasi di pandora che si celano dietro alla gestione del problema casa a Venezia: ci si accusa sempre di illegalità, di abusivismo ma non viene mai toccato il paradosso “persone senza casa – case (vuote) senza persone”, dimostrando quindi che l’unico interesse della giunta comunale è svuotare la città di residenti per riempirla di turisti.

Il recente decreto sicurezza del nuovo governo, inoltre, è un altro passo verso la sterilizzazione delle pratiche virtuose che, sì, partono dalle occupazioni di casa e di immobili, ma gridano verso l’alto una necessità di recuperare gli spazi abbandonati per destinarli alla collettività.
A chi poi ci accusava, nella più classica delle guerre tra poveri, di portare via case a chi ne avesse diritto, abbiamo sempre risposto con quello che facciamo da sempre: occupando case inassegnabili e vuote da anni. Ormai, l’occupazione di casa sta diventando una pratica trasversale e inarrestabile. Nella città, oltre a una settantina di case ASC, ce ne sono quasi altrettante di occupate “autonomamente”, segno che la precarietà non può essere risolta con gli inesistenti servizi delle istituzioni locali, ma prevede una azione diretta di riscatto e rivendicazione.

Occupare una casa – lo ribadiamo – è un’azione illegale: seppur depenalizzata nel corso degli anni, resta non lecita. Chi occupa una casa va comunque incontro all’esclusione dei bandi per un’eventuale assegnazione e sa che quotidianamente è sotto sgombero: è questa consapevolezza e questo mettersi in gioco rischiando lo sloggio che ci caratterizza in tutte le nostre attività e che ci fa andare avanti nella lotta senza paura.

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Non ce ne andiamo da questa città!

Pubblicato da ASC Venezia Mestre Marghera su Mercoledì 10 ottobre 2018

Crede che ci sia una via di scampo per Venezia? Da un lato, sembra non si riescano ad arginare le conseguenze dell’overtourism, dall’altro è spuntato persino un divieto dell’utilizzo del monopattino – altra penalizzazione per i pochi residenti coraggiosi o fortunati – e si continuano a vendere immobili storici e di pregio ai grandi imprenditori che li vogliono trasformare in hotel di lusso… 

Le vie di scampo ci sono, o ci sarebbero. E’ opportuno però fare dei distinguo e non voler per forza fare la guerra ai mulini a vento, ma ragionare sul costrutto e sulle potenzialità che si hanno e non vengono utilizzate.
Venezia a metà anni Duemila si è caratterizzata come laboratorio sociale per esperienze sul welfare sociale. Di conseguenza, ogni tipo di attività legata alla progettualità dal basso prevede percorsi virtuosi che potrebbero essere all’avanguardia su scala nazionale. Al tavolo del Comune, ad esempio, da tempo abbiamo presentato un progetto di riscatto e autorecupero di un parco case tramite gestione collettiva e assegnazioni interne a turnover. Questo consentirebbe di garantire il diritto (anche solo transitorio) di vivere in una casa a Venezia a canone molto agevolato (in modo non ufficiale questo lo facciamo già: le case più vecchie hanno avuto diversi abitanti nel corso della loro “vita”) e contemporaneamente di restituire alla collettività un bene che, altrimenti, resterebbe a marcire nel degrado o acquistato da enti o piattaforme facoltose per essere usufruito come locazione turistica. Questa gestione permetterebbe inoltre – contrariamente alle vetuste assegnazioni “statiche” finché-morte-non-ci-separi che mette in pratica l’amministrazione pubblica – di rigenerare quartieri abbandonati e creare situazioni artistico culturali, ludiche e di commercio solidale. Il bisogno di eliminare la pressione turistica non può prescindere da una sana e corretta politica abitativa sul residente e sui servizi ad esso legati. Ma, mentre la prima prevede percorsi più elaborati che riguardino il tipo di turismo, la provenienza e il controllo della massa (spesso legata indissolubilmente alle grandi navi, che per la maggior parte portano molto poco in termini di ricchezza alla città ma molto in termini di danno all’ecosistema, di inquinamento e di scarsa consapevolezza da parte degli ospiti di questi condomini galleggianti), per la seconda manca la volontà politica di affrontare sperimentazioni che parlano una lingua molto più semplice, pop, logica e aperta a un pubblico di varie fasce. Portare nuovi residenti significherebbe riportare anche nuove attività commerciali ad uso non turistico, in modo tale da provare almeno a dare dignità al centro storico.

Al pari delle “gestioni collettive del parco case” dovrebbe valere lo stesso discorso per i ben più grandi palazzi abbandonati. Il sindaco di Napoli De Magistris già ha sperimentato questo tipo di assegnazione e restituzione al pubblico degli spazi vuoti per renderli rinnovati e pieni di contenuti, attività, iniziative dal basso e una new economy che porti una distribuzione del lavoro più solidale e sociale.
Il nuovo regolamento sul divieto di monopattino è senz’altro una dichiarazione di guerra del sindaco ai residenti: incarna in tutto e per tutto la volontà di repressione della vita cittadina contro la liberalizzazione della mercificazione della città storica, delegittimando di fatto chi (ancora) vive e resiste qui per dare spazio a un parco giochi tematico dove si attraversano gli spazi a mo’ di zombie.
“Veniceland” è purtroppo una realtà, ma la nostra indole sognatrice e guerriera ci impone di non alzare mai bandiera bianca.

C’è un altra Venezia, apparentemente nascosta ma viva e terribilmente agguerrita. E che ha un’idea di città completamente diversa da quella che vuole offrire al mondo intero un sindaco che, nemmeno a farlo apposta, non è residente nel comune, per cui non si è nemmeno auto-votato.
Partiamo anche da questo piccolo/grande paradosso per riprenderci tutti la nostra Venezia.


Foto di copertina: Armando Tondo
Altre immagini gentilmente fornite da Nicola Ussari per ASC Venezia

Ma Obama è davvero così bastardo?

Mer, 11/14/2018 - 21:30

Anch’io, come moltissimi spettatori, guardando “Fahrenheit 11/9” , l’ultimo docu-film di Michael Moore (vincitore dell’Oscar per il miglior documentario con il bellissimo “Bowling a Columbine”) sono rimasto scandalizzato nel vedere l’indifferenza e la strafottenza mostrata da Obama davanti al dramma dell’acqua contaminata da piombo della città di Flint, nel Michigan. La realtà, però, è ben diversa da come viene mostrata da Moore.

L’antefatto.
Nell’aprile del 2014, il Governatore dello Stato del Michigan, il repubblicano Rick Snyder, dispone di cambiare la fonte d’approvvigionamento per l’acqua dei residenti di Flint (città natale di Moore, a maggioranza afroamericana, povera e devastata dalla crisi dell’auto) passando dal Lago Huron al fiume Flint: è più inquinato, ma prendere l’acqua da lì è più economico. Questo cambiamento causa un aumento dei livelli di piombo nell’acqua delle tubature. Secondo dati dell’inizio del 2016, a Flint si è registrato un aumento dei casi di legionellosi, una grave infezione dell’apparato respiratorio che si può contrarre se esposti ad acqua contaminata: 87 persone sono state colpite dalla malattia e 10 sono morte. Scoppia uno scandalo nazionale.
Il 4 Maggio 2016 in città arriva il presidente Obama. Nel film di Moore viene mostrato l’arrivo di Obama, atteso dalla popolazione come il Messia che finalmente farà giustizia. Invece il presidente, stando al film, davanti alla folla allibita chiede un bicchiere d’acqua di Flint e ne beve un sorso. Poi riprende la sua gigantesca auto e risale sull’Air Force One. Subito dopo la camera si sposta su alcuni cittadini e di Flint delusi e inferociti contro il presidente. In sostanza, Moore ci mostra un Obama che sottovaluta la gravità del fenomeno e tratta gli abitanti come dei paranoici allarmisti. 
Ma le cose stanno proprio così?
 No, per numerosi motivi.

– Tre mesi prima, il 16 gennaio 2016, Obama aveva dichiarato lo stato di emergenza per la città di Flint e stanziato fondi federali per fornire ai cittadini acqua e soprattutto filtri per poterla bere. Secondo il Guardian del 4 maggio 2016, da gennaio all’inizio di maggio gli aiuti federali hanno fornito a Flint oltre 9 milioni di litri d’acqua, 50mila filtri ( popolazione totale è di 100mila persone) e l’estensione dell’assistenza medica a 14mila bambini e mille donne incinte.

– Mentre beve l’acqua incriminata, Obama sottolinea un elemento chiave che nel film non è citato. ”Se si usa il filtro l’acqua a questo punto è potabile” afferma Obama (cito da l’Ansa del 4 maggio 2016). L’unica eccezione, precisa, è per le donne in gravidanza e per i bambini con meno di sei anni, che devono continuare a bere acqua in bottiglia come precauzione. ‘’L’acqua filtrata è sicura. Lavorando con le autorità locali, i filtri sono disponibili per tutti ora” mette in evidenza Obama, precisando che questo non significa che le tubature non vadano cambiate.
Il particolare è decisivo: non è potabile la “tap water”, l’acqua del rubinetto, ma l’acqua filtrata. Obama intendeva rassicurare la popolazione che con le dovute precauzioni poteva bere, non certo dire che non esisteva alcun problema nel bere acqua del rubinetto.

– Per sostituire le condutture d’acqua di Flint danneggiate dal piombo, il 16 dicembre 2016 Obama stanzia 170 milioni di dollari.

Nulla di tutto questo è citato nel per altri versi ottimo film-documentario di Michael Moore. 
Moore avrebbe potuto dire che Obama è intervenuto tardivamente e che poteva fare di più. E probabilmente avrebbe detto il vero. Ma l’effetto sul pubblico sarebbe stato molto più leggero. Omettendo alcuni “particolari”, se vogliamo chiamarli così, ottiene invece quell’effetto “pugno nello stomaco dello spettatore” che desiderava. 
Considero Michael Moore un ottimo regista e credo che i suoi film siano molto utili alla causa progressista. Penso anche che la tesi del film – se Trump ha vinto, è colpa anche degli errori dell’establishment democratico: la speranza per il futuro sono i movimenti di base e i candidati della sinistra del partito Democratico – sia tutt’altro che priva di fondamento. 
Sarebbe meglio però se la portasse avanti senza forzare la realtà fino a distorcerla.

Natale, le persone che decorano casa in anticipo sono più felici: lo dice la scienza!

Mer, 11/14/2018 - 10:23

Hai già tirato fuori l’albero e sei pronto per addobbare casa con le luci natalizie? Non sei strano, sei solo una persona felice.
Ogni anno è sempre la stessa storia: gli amanti del Natale vorrebbero tirar fuori dalla cantina luci e albero al cambio dell’ora legale. I non amanti del Natale, invece difendono l’idea che “la casa non va addobbata a novembre, ma dall’8 dicembre in poi”.

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La nuova dieta per i polli: olio di insetti

Mer, 11/14/2018 - 05:16

Il progetto si chiama Innopoultry, arriva dal Dipartimento di Scienza Veterinaria dell’Università di Torino ed è finanziato dall’Unione Europea.

Lo studio prevede la sperimentazione di una nuova dieta per i polli d’allevamento integrando l’abituale soia con una certa percentuale di olio ricavato dalla farina di insetto.
Si prevede che questa variazione porterà una maggiore resistenza dei volatili ai microrganismi patogeni come la salmonella e il campylobacter.

Sembra che i primi dati della sperimentazione siano positivi: di qui la richiesta da parte dell’Efsa – l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare – di una regolamentazione più attenta in materia di allevamento degli insetti in quanto mancano i dati per poter affermare che il loro consumo sia privo di pericoli sia come mangimi sia riguardo all’alimentazione umana.

I polli alimentati finora con l’olio di insetti godono di ottima salute. La nuova dieta non ha comportato variazioni negative sulla crescita e l’intestino è più sano rispetto alla dieta a base di sola soia. E un intestino più sano significa minore bisogno di ricorrere agli antibiotici per combattere le infezioni.
L’olio di insetto è ricco di acido laurico, particolarmente indicato per la salute intestinale.
Dichiara Riccardo Negrini, referente scientifico dell’AIA – Associazione degli allevatori italiani – ad Altroconsumo: “Stiamo lavorando per mettere a punto delle linee guida per regolamentare l’utilizzo di insetti nell’alimentazione dei polli, nella speranza che succeda quello che già si fa con l’allevamento dei pesci, dove l’utilizzo di sottoprodotti derivanti dagli insetti è già stato approvato”.
Ci crediamo molto” continua. “Perché l’uso di insetti risolve diversi problemi, tra cui il benessere animale e l’impatto ambientale”.

E i consumatori che ne pensano?
Sono perplessi e pure scettici. Secondo un’indagine condotta sempre da Altroconsumo su 1018 persone tra i 18 e i 74 anni, il 55% degli intervistati presta molta attenzione al tipo di alimentazione dei polli acquistati e vorrebbe avere maggiori informazioni. Il 31% è disposto a mangiare polli allevati con mangime anche a base di derivati di insetti e il 54% sarebbe disposto a mangiarli avendo però la certezza che questo mangime rende i polli più sani.
E non si può dare loro torto. E’ anche vero che gli insetti fanno parte dell’alimentazione dei polli da sempre: quelli allevati nelle aie dei contadini trovano che i grilli siano simpatici aperitivi saltellanti.

Fonte: Altroconsumo, mensile ottobre 2018

Il drone che fa “volare” il sangue

Mer, 11/14/2018 - 01:39

Per la prima volta al mondo un drone ha trasportato e consegnato sacche di sangue, riducendo i tempi di trasporto da un’ora a 10 minuti nella simulazione avvenuta.

L’esperimento, che è andato a buon fine,  è stato condotto sabato 21 ottobre da ABzero (spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) per verificare il robot volante da loro progettato per quanto riguarda il mantenimento delle condizioni di temperatura e umidità di sangue, o medicinali o  in futuro, di organi. Il drone si è alzato in volo dal piazzale del Centro Trasfusionale dell’ospedale “F. Lotti” di Pontedera (Pisa) e ha volato per circa un chilometro e mezzo.

L’obiettivo del volo è stato quello di validare il metodo di trasporto attraverso i droni, valutando l’impatto sui globuli rossi e sulle piastrine, ha spiegato il direttore dell’Unità Operativa di Immunoematologia e Trasfusione di Pontedera, Fabrizio Niglio.

La diretta del volo è stata documentata da ANSA Scienza e Tecnica, mentre in questo video il servizio del Tg1 sul “volo del primo drone al mondo per il trasporto di farmaci e sangue sviluppato da azienda spinoff della Scuola Sant’Anna”

Per una panoramica su droni, sensori e auto intelligenti, ovvero mezzi di trasporto più evoluti e sistemi per ridurre il traffico e non solo, ma dalle svariate possibili applicazioni leggi qui.

Altre fonti:

https://www.huffingtonpost.it/2018/10/21/in-italia-il-primo-trasporto-di-sangue-al-mondo-con-un-drone_a_23567156/

https://tg24.sky.it/scienze/2018/10/21/pontedera-primo-trasporto-sangue-drone.html