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MINZOLINI, UN TG DA GUERRA
. Al di là della quotidiana visione di parte della realtà il direttore non si risparmia in editoriali che possono essere considerati un’involuzione di quel «minzolinismo» con cui il suddetto assurse all’onore dei vocabolari. Il primo descriveva un modo di fare giornalismo spregiudicato, senza guardare in faccia al potente di turno, forniva il retroscena per comprendere la scena. Quello di oggi fa da megafono ad una sola voce. E fornisce l’interpretazione di parte della scena per non far conoscere il retroscena. Che troppe volte è meglio nascondere. Il punto massimo il nostro lo raggiunge in proprio. In quegli editoriali, almeno otto, forse di più, con i quali ha detto chiaro e tondo ai telespettatori del telegiornale della rete ammiraglia della Rai come la pensa lui. Dunque il Cavaliere. «Fare editoriali è un mio diritto» disse alla Commissione di Vigilanza che lo convocò in ottobre. «Non sono un direttore militante ma un direttore istituzionale» che è stato «censurato» da attacchi «incomprensibili». Incomprensibile. Una parola che al direttore piace. Così definì la manifestazione in difesa della libertà di stampa che si svolse a Roma il 3 ottobre. «Non è a rischio la libertà di stampa ma nell’informazione è in atto uno scontro di poteri e la manifestazione fotografa una disparità perché è stata convocata contro la decisione del premier di querelare Repubblica e l’Unità» mentre quelle che colpiscono giornali di diverso orientamento non sarebbero contestate allo stesso modo. Cominciò Minzolini con la «linea della moderazione e non del gossip» scelta per non raccontare ai telespettatori la vicenda D’Addario a Palazzo Grazioli, escort, Tarantini e quant’altro. «Abbiamo assunto una posizione prudente» che tale non è stata due righe dopo quando il direttore ricordò «la vicenda della foto di un collaboratore di Prodi ripreso in una situazione scabrosa». La regola vale, ma non per tutti. Si appalesa il Minzo pensiero a corredo di tutti gli eventi in cui c’è stato bisogno di difendere a spada tratta il Cavaliere. Scontata la solidarietà e la richiesta di «un clima di rispetto» quando Berlusconi fu aggredito a Milano. Ma sempre di parte quando si spende sulla necessità di una riforma della giustizia e sul ripristino di una forma di immunità, ogni volta che c’è un possibile coinvolgimento di Berlusconi o dei suoi. Si arriva così al più recente editoriale, quello dell’altro giorno sull’uso delle intercettazioni «che non sono prove, ma siamo in campagna elettorale». Inesorabile risbuca la teoria cara al Gran Capo. La giustizia è ad orologeria. E l’allarme suona sempre per gli stessi. Meno male che Minzolini c’è. di Marcella Ciarnelli Da L'Unità
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