Politica

Le confessioni del grande affascinatore

Vi state sbagliando tutti sul mio conto. Chi vi parla è il Presidente del Governo italiano Silvio Berlusconi in persona.

Ognuno di voi è uso giudicarmi leggendo in superficie quello che faccio e dico. Se pubblicamente racconto una barzelletta un po’ facile e magari leggermente volgare, ecco che subito mi catalogate con l’epiteto di bandeleur, cioè intrattenitore da osteria, o se preferite da bar.

IL SILVIO FURIOSO - Dario Fo

Silvio,  che hai combinato? Dio santo! In che guaio ti sei ficcato?!
Ma chi te l'ha fatto fare di buttarti proprio contro quel mostro!? La piu' grande potenza finanziaria del mondo! Si', si', d'accordo, anche tu, Silvio, non scherzi: gestisci imprese edili, Blockbuster per la vendita di dvd, hai interessi pesanti in cliniche private, nella produzione e distribuzione di film, sale cinematografiche a caterve, tre televisioni, perfino navi da crociera, banche, palazzi e ville su ogni costa o isola, hai mani dappertutto, perfino fra le cosce di donne bellissime, alle donne poi fai proprio dei miracoli, basta che posi i tuoi occhi su di loro e diventano ministre del tuo governo. Ma chi sei, un messia?
Qualche santo di vecchio stile trasformava l'acqua in vino, tu trasformi chiappe in cervelli!
Ma attento, l'altro e' ancora piu' forte di te, piu' potente! E' al top dell'universo mondo.

Intervista a Dario Fo: siamo allo sfascio culturale

Intervista a Dario Fo: siamo allo sfascio culturale. La crisi economica? Una truffa!

Fonte: ClandestinoWeb

Il gioco dei Casalesi: stasera tiro al negro

Spedizioni punitive e raid

La fuga di Teddy, il nigeriano che vuole salvare le prostitute

CASTELVOLTURNO (Caserta)- Teddy è andato via perché adesso sa cosa significa essere una boccetta. «Vogliono la tua sottomissione, gli interessa solo questo. Abbiamo provato a renderci utili. Ma a loro non interessa. Siamo schiavi, e tali dobbiamo rimanere». In un'intercettazione di 12 anni fa, uno dei tanti macellai dei Casalesi saluta il suo compare. Lo saluta dicendo che in serata magari se ne va a Castelvolturno «per giocare a boccette con i negri». Poche ore dopo, da una macchina in corsa parte una raffica di mitra contro tre extracomunitari che aspettavano l'autobus sulla Domiziana. «Siamo i loro giocattoli, ma fanno così perché sanno che agli altri italiani in fondo non dispiace ».

Presi nel mucchio

ANSA sul processo per i fatti dell'11 marzo 2006
in Corso Buenos Aires a Milano

"I danni di quel giorno sono evidenti ma i colpevoli non sono stati presi. E' stato applicato un assioma sconvolgente secondo cui chi è presente è colpevole".

Il premio Nobel Dario Fo si è detto "sconvolto" per la decisione dei giudici di appello che oggi hanno confermato le condanne comminate in primo grado a 15 dei 18 imputati per devastazione e saccheggio in relazione alla manifestazione dei centri sociali milanesi dell'11 marzo 2006.

Per Fo, che ha seguito passo per passo la vicenda processuale dei protagonisti di quella manifestazione e che ha visionato tutto il materiale agli atti, "non esiste una sola immagine in cui in cui sia identificabile uno di quei ragazzi mentre commette un reato. Semmai erano sul posto, come mille altre persone".

"Non si può sparare nel mucchio - ha concluso il premio Nobel per la letteratura - se ci sono dei colpevoli li trovino, ma non sono certo quelli condannati oggi. I ragazzi sono in carcere senza prove, gran parte di loro non ha fatto nulla, si è trovata nel mucchio. Questa è giustizia di classe e tanta severità si spiega solo con la volontà di castigare chi manifesta».

Dopo trasmissione Anno Zero

26 giugno 2007

Giovedì scorso dopo l’ultima puntata di “Anno Zero”, la trasmissione di Santoro, finita la messa in onda, appena fuori dallo studio si formò un capannello piuttosto numeroso di ragazzi che avevano partecipato al dibattito e di tecnici della Rai. Tutti si dicevano indignati per il comportamento inaccettabile dimostrato da Rutelli. Nell’ultima parte del programma, Santoro aveva dato la parola ad una donna di una cinquantina d’anni la quale iniziò a narrare la strage di operai avvenuta a Monfalcone (dove operano i famosi cantieri navali). I lavoratori dell’impresa in questione hanno utilizzato per anni l’amianto, notoriamente tossico. Molti operai ne venivano contaminati, uno appresso all’altro si ammalavano e in seguito ad una vera propria agonia sono morivano. Anche la donna aveva perso suo marito e parlava trattenendo a stento le lacrime.
Tutti noi presenti nello studio eravamo coinvolti e sconvolti da quella testimonianza, soprattutto ci indignava il cinismo dimostrato dai responsabili dell’impresa, il loro ipocrita scantonare dalle responsabilità appoggiati dai medici che palesemente andavano mistificando le diagnosi, così da togliere d’impaccio i datori di lavoro. Si stava vivendo una via crucis insopportabile dove giudici, autorità amministrative, politici locali e nazionali venivano alla ribalta unti e bisunti di infamità. La donna alla fine puntava il dito contro chi indifferente aveva permesso quel massacro annunciato da anni e direttamente si rivolgeva all’unico rappresentante del Governo presente alla trasmissione perché spiegasse per quale motivo suo marito avesse dovuto morire, e come mai nessuno dei responsabili fosse stato chiamato a pagare. Il Ministro Rutelli, piuttosto impacciato (e chi non lo sarebbe stato?!), prese la parola e incappò in un vero e proprio infortunio politico. Infatti all’uscita quei giovani spettatori lo accusavano di essersi posto immediatamente sulla difensiva, esprimendosi più o meno con queste parole: “Partecipo addolorato alla tragedia della signora, ma purtroppo non sono a conoscenza dei fatti. Ho seguito altre catastrofi del genere sul lavoro, ma di tutto questo ahimè non conosco nulla.”
E’ proprio su questa uscita che i ragazzi esplodevano indignati: “Ma ci voleva poco – commentavano – davanti ad una simile tragedia ad ammettere prima di tutto la responsabilità di tutti i dirigenti delle istituzioni: medici, polizia, giudici, imprenditori, sindacati e politici! Che altro valore e peso civile avrebbe determinato per Rutelli riconoscere: sono sconvolto e mi sento a mia volta responsabile per questa ennesima assenza degli organi costituiti davanti a una simile catastrofe. Ad ogni buon conto, poteva aggiungere, mi darò subito da fare per appurare le responsabilità di ognuno e le assicuro signora che farò l’impossibile perché lei, suo marito e tutte le vittime dell’impresa di Monfalcone abbiate soddisfazione per tanta ingiustizia e possiate essere risarciti di tutti i danni subiti. Basta con i morti accidentali: quelli del petrolchimico di Marghera e di Gela, quelli di Seveso, quelli dell’Acma di Cengio… Ve ne posso parlare perché da vice presidente del Governo è mio dovere sapere e denunciare.”
Invece abbiamo dovuto assistere alla solita agile fuga dalle responsabilità e quel che è peggio ci siamo trovati innanzi a una donna che veniva alla trasmissione con la speranza di vedere affiorare un atteggiamento di comprensione e solidarietà e invece eccola rimasta un’altra volta sola con il suo dolore. Per di più – e ne sono stato personalmente testimone – due collaboratori di Rutelli alla fine si sono avvicinati a Santoro piuttosto indignati accusando: “Voi avete approntato una trappola al vice presidente del Consiglio con questa messa in campo della vedova. Una trappola nella quale purtroppo Rutelli è caduto in pieno.” “No, scusate ma non c’è nessuna trappola – ha risposto loro Santoro – la vedova dell’operaio di Monfalcone è venuta qui con il diritto di raccontare della sua storia: era libera di esprimersi come le pareva, nessuno l’ha controllata o imboccata e questa vostra insinuazione ci indigna ancora di più.”

Dario Fo

INTERVISTA AL SETTIMANALE OGGI: LA FAMIGLIA NATURALE


«La famiglia cosiddetta "naturale"? E quale? Quella della Bibbia, in cui era normale ammazzare la moglie di un altro per impossessarsene, come fece Davide con Betsabea? Quella in cui la donna viene considerata solo un'appendice dell'uomo, fin dalla costola di Adamo, ed è tuttora tenuta in soggezione? La famiglia "naturale" non esiste più, ma è una fortuna».
Il premio Nobel Dario Fo, 81 anni, attacca la Chiesa sui Dico. Sta
dalla parte dei laici che nello stesso giorno della manifestazione
dei cattolici in piazza San Giovanni a Roma, il 12 maggio, si
radunano in piazza Navona per contrapporsi a quella che definiscono «un'offensiva clericale». «La famiglia tradizionale è in crisi: diminuiscono i matrimoni religiosi, crescono quelli civili e le coppie di fatto. Negli ultimi dieci anni i nati fuori dal matrimonio sono aumentati del 70 per cento. I giovani si sposano sempre più tardi, fanno meno figli. Ma è assurdo dare la colpa di questo sfacelo ai matrimoni non benedetti, ai Dico o alle coppie di fatto. I nostri ragazzi non possono formare una propria famiglia perché le case costano troppo, perché non trovano un lavoro stabile e non hanno prospettive positive. Sbagliano anche i politici quando sollecitano incentivi, premi e contentini per chi fa figli: si preoccupino piuttosto di creare più lavoro e asili nido. Oggi le madri dopo il primo figlio sono costrette a smettere di lavorare, oppure a mendicare un lavoro part-time, perché il reddito diminuisce drasticamente».
Su questo sono d'accordo anche i vescovi.
«Ma sono loro i primi a tenere le donne in una posizione
d'inferiorità. Nella Chiesa le donne possono solo obbedire.
Contrariamente alla Chiesa dei primi tempi, che prevedeva la figura delle "oranti", vere e proprie sacerdotesse. Oggi anche dentro alla famiglia sono le donne a sostenere maggiormente il peso del lavoro domestico: il 70 per cento viene fatto da loro. È per questo che fanno meno figli. Per non parlare della violenza subìta in ambito familiare da una donna su dieci. Ma le gerarchie cattoliche, che si ritrovano con chiese e seminari sempre più vuoti, hanno paura di perdere il controllo e se la prendono invece con i gay, con le coppie di fatto, con i Dico».
Perché toni così aspri?
«I vescovi hanno perso il senso del sorriso. I grandi santi erano
pieni di ironia e di gioco, Francesco si autodefiniva "giullare di
Dio". Oggi invece le gerarchie ecclesiastiche appaiono sempre
imbronciate, pronte a condannare, anacronistiche. E i più in pericolo sono proprio quei tanti cattolici imbarazzati, a disagio di fronte alla prospettiva tetra che viene loro imposta. Il Vaticano è arrivato a dare del terrorista a un comico che oltretutto è un cattolico: da quelle parti devono avere smarrito il senso della misura e della dialettica».

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Dario Fo: troppi ghetti in città e la sinistra non ha più coraggio

Muri Una recinzione sarebbe indegna ma i muri ci sono già nel linguaggio, nei gesti
Razzismo Razzista, perché, come dovremmo chiamare il fatto di bruciare le tende dei rom?

di GIUSEPPINA PIANO

MILANO - Si sente tradito dalla sua città, Dario Fo, da quella Milano «in cui non mi riconosco più». Che ormai non fatica a chiamare «razzista, perché come dovremmo chiamare altrimenti il fatto di bruciare le tende per i rom?». Città che ha perso se stessa, la sua anima, quell´«attitudine all´accoglienza che un tempo non era un´idea, era una certezza». Non ha molto da dire a Letizia Moratti, il premio Nobel per la letteratura, perché «la destra fa il suo mestiere». È ad altri che vuole parlare: «La sinistra deve avere più coraggio nel difendere la solidarietà». Mentre ai milanesi, a tutti i milanesi, dice: «Indignatevi. La mancanza di indignazione è il solco profondo verso il seppellimento della coscienza».
Prima le tende per i rom bruciate a Opera, adesso le recinzioni del Comune per il campo nomadi. Cosa è diventata Milano?
«Una città di ghetti. Una recinzione sarebbe indegna. Ma i muri ci sono già nel linguaggio, nei gesti, barriere psicologiche molto più insormontabili e lugubri di una recinzione. Qualsiasi persona civile sarebbe contraria a recintare degli esseri umani».
Però non la sorprende che a Milano possa accadere.
«No, non mi sorprende. Ormai siamo su una china disumana. Milano si eccita e discute con passione se alla Scala un tenore canta bene o no e poi scompare davanti ai problemi civili».
E Dario Fo come ci vive oggi a Milano?
«Malamente. Non mi appartiene più. Davanti a quello che sta succedendo ai rom provo un´indignazione dolorosa. Perché ormai abbiamo proprio superato il limite dell´egoismo, andiamo verso un pericoloso clima di xenofobia. «Ma provate voi» dicono gli abitanti della zona invasa dai rom «a vivere sotto questo incubo di continue ruberie e immondizia». Un prete l’altro giorno rispondeva: «Io sono in mezzo a loro da anni e sono ancora qui, nei loro campi. Bisogna parlare, vivere la loro condizione. È la chiave di questo tragico problema, non si risolve solo con le guardie. Altrimenti non ci resterà che mandare a fuoco le loro baracche e ospitarli in un sano campo di concentramento. Non dimenticate quanti ne hanno ingabbiati e asfissiati i nazisti». Sa cosa mi indigna più di tutto? L´indifferenza della gente davanti a tutto questo».
Non era questa la Milano del cuore in mano.
«Quella città era vera, autentica. Non era retorica. Mi ricordo da ragazzo avevo la certezza che Milano fosse una città generosa, una città che si faceva carico dei problemi degli altri, una città che ha accolto tante persone che arrivavano qui con la speranza e che hanno dato prestigio a Milano. Oggi, invece, è disattenzione indispettita, spesso annoiata. E devo confidarvi: ciò che mi ha maggiormente rattristato è il comportamento della sinistra. Mi sento deluso: durante la campagna elettorale per il Comune a cui ho partecipato ho conosciuto proprio una politica di poco conto».
Una sinistra troppo imbarazzata nel difendere la solidarietà perché preoccupata di difendere la sicurezza?
«Certo, certo. Mi chiedo come si pone la sinistra davanti alla sua storia. Le cito solo un fatto: esattamente un anno fa ci fu il problema dei profughi africani, gente che fuggiva dalla guerra e dalle persecuzioni, accettati dal nostro Stato con diritto di assistenza e protezione, arrivati a Milano e abbandonati a se stessi. Ebbene allora a sinistra ci fu un´assoluta mancanza di attenzione per quel dramma civile, pochi vennero con noi, cani sciolti, a manifestare per loro. La sinistra ufficiale semplicemente non c´era. Ho trovato allora un vuoto terribile. E il vuoto poi si paga».
Oggi il sindaco è Letizia Moratti e da 15 anni Milano è governata dalla destra. Questo non ha pesato sull´anima della città?
«Certo. La destra continua a suonare da anni il flauto magico dell’oblio civile. La destra ha un unico assillo, i quattrini, business e mondanità, e si interessa solo di rendere sempre più evidenti e forti i privilegi. Ma c’è un dovere, una dignità: anche quando sei minoranza devi farti sentire. Nel campo della sinistra non si gioca al rilancio, ma solo all’acquattata! Si sta a guardare, stando attenti a farsi più in là quando passa una ruspa.
Si scava fino a quindici metri per costruire parcheggi, si cancellano boschi e prati, si requisiscono le case ai pensionati per trasformarle in palazzi da vendere ai “grandi furbi del quartiere”. La città è da cento e più giorni sopra il livello dell’intasamento respiratorio, ma c’è qualcuno che urla la propria rabbia e il proprio terrore? No… ognuno sta nel suo brodo a bagnomaria, a grattarsi il prurito. Un morto, due morti, un vecchio, due bambini che asfissiano… ma chissenefrega, hanno trovato un tenore col do di petto e le banche hanno ripreso a marciare!
Ho assistito qualche tempo fa a una Messa officiata da un alto prelato nelle carceri di san Vittore. Al centro delle cinque navate dove sono le celle era stato approntato l’altare. Tutto intorno a cerchio si levavano le grate. I detenuti stavano arrampicati sui traversoni della gabbia. Veniva subito in mente il recinto dello zoo con scimmie ed altri animali quasi umani, curiosi di un rito officiato perché l’intiera città possa sentirsi con la coscienza a posto. Amen.

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