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A Milano la bicicletta rivela-smog

People For Planet - Gio, 09/20/2018 - 02:20

Il 17 settembre l’artista tedesco Martin Nothhelfer ha attraversato Milano in sella alla sua altissima bicicletta, dotata di un congegno che emette bolle di sapone dove l’aria è pulita oppure fumo dove è sporca. Quando indossa il suo ingombrante costume da nuvola, Nothhelfer è il Wolkenradler (“ciclista-nuvola”).
Invitato nella Pianura Padana dall’Associazione Cittadini per l’aria Onlus, Martin è partito dall’Arco della Pace, è entrato nel Parco Sempione e poi è uscito vicino al traffico dalle parti di piazza Lega Lombarda. La reazione immediata della bicicletta alle variazioni nella qualità dell’aria ha permesso di notare immediatamente la notevole differenza di concentrazione delle sostanze inquinanti a distanza di pochi metri. E il fumo ci ricorda che dobbiamo spingere la politica ad adottare le soluzioni necessarie per salvaguardare la salute dei cittadini e le loro stesse vite. A Milano si stimano 600 morti all’anno – uno ogni 15 ore – per colpa del solo biossido di azoto (NO2), ed è Milano la città italiana con più morti da particolato sottile (PM2,5).
L’Italia in generale ha il triste primato europeo di morti per inquinamento. Queste sostanze, insieme al PM10, sono responsabili anche di serie patologie all’apparato respiratorio e cardio-circolatorio; e di conseguenza causano milioni di euro spese pubbliche per il Servizio Sanitario Nazionale, essendo correlate anche all’insorgenza di gravi tumori.
Il progetto “Pretty Bloody Simple” ha un sito ufficiale e un account Instagram.

Le foto sono di Adele Grotti

Le Ricette di Angela Labellarte: involtini d’autunno

People For Planet - Gio, 09/20/2018 - 02:11

Ingredienti per 6 involtini

Pasta fillo: 6 fogli
Formaggio Feta: 200 gr
Fichi: 5 (4 per la ricetta e 1 per la decorazione)
Menta tritata: 1 cucchiaino + qualche fogliolina per la decorazione
Olio EVO: q.b.

Preparazione
Sbucciare i fichi e mescolarli con la feta sbriciolata grossolanamente. Aggiungere la menta tritata.
Piegare un foglio di pasta fillo in 4 e disporre il ripieno su un lato. Ripiegare le estremità e formare un involtino.
Disporre gli involtini su una teglia da forno e spennellarli con olio Evo. Informare a 200°per 12 minuti.
Disporre su un piatto di portata e decorare con fichi e qualche fogliolina di menta.
Servire caldi.

Ph. Angela Prati

Vino, cioccolato e caffè sono in via di estinzione?

People For Planet - Mer, 09/19/2018 - 03:26

Gli esperti (britannici) hanno recentemente stimato che il caffè potrebbe essere estinto già nel 2080 se non si interviene drasticamente” scrive Lifegate.
Secondo uno studio dell’International Center for Tropical Agriculture l’estrema volatilità delle temperature nei principali Paesi produttori di cacao rischia di far diminuire notevolmente la produzione entro il 2030.” scrive IlSole24Ore.

Dovremo dire addio a caffè e cioccolato? Secondo diversi studi parrebbe di sì, e anche il vino sarebbe a rischio: “La produzione di vino nei prossimi 50 anni potrebbe arrivare a ridursi fino all’85% dei volumi attuali a causa dell’innalzamento delle temperature nelle principali regioni produttive.”
E così per fragole, ciliegie, pesche, albicocche e prugne, frutti molto delicati che richiedono temperature costanti, un’esigenza sempre più difficile da soddisfare.

Il problema più preoccupante riguarda soia, mais, riso e grano, “il 51% delle calorie introdotte a livello mondiale e il cui consumo è previsto in aumento del 33% entro il 2050”.
A causa dei cambiamenti climatici, solo per la soia, è previsto un calo di produzione del 40% entro il 2100.

Le banane sono invece a rischio a causa di una patologia che sta colpendo le piantagioni di tutto il mondo, la Malattia di Panama, che sta progredendo ormai da decenni.

A rischio anche i salmoni, che fanno a fatica a riprodursi a causa dell’innalzamento delle temperature dell’acqua, e lo sciroppo d’acero, altra specie a rischio a causa dell’innalzamento globale delle temperature.

Massima attenzione, a livello mondiale, sul miele, uno degli alimenti più antichi dell’umanità, nonché un vero e proprio medicamento naturale.
Siccità, pesticidi, inquinamento, stanno decimando le popolazioni di api: nel 2017, secondo i dati forniti dagli apicoltori italiani dell’Unaapi, hanno causato un calo della produzione di miele dell’80%.

Fonti:

https://www.lifegate.it/persone/news/10-dei-nostri-cibi-preferiti-potrebbero-sparire-pochi-anni
http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/03/14/la-mappa-sulla-sicurezza-alimentare-12-cibi-rischio-estinzione/?refresh_ce=1
https://www.thesun.co.uk/living/1730928/coffee-chocolate-bananas-and-7-other-of-your-favourite-foods-that-could-be-extinct-soon/

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo

Trieste, un’illusione ottica per combattere gli incidenti stradali

People For Planet - Mer, 09/19/2018 - 02:30

Come combattere gli incidenti stradali? Con un’illusione ottica. Nel mondo si sta diffondendo l’uso di strisce pedonali 3D che spingono gli automobilisti a frenare per quello che l’occhio individua come un ostacolo.

Le strisce pedonali 3D sono comparse anche a Trieste, in via Marchesetti, probabilmente realizzate da un cittadino, in un punto della strada particolarmente critico per i pedoni, che nel 2016 fu luogo di un terribile incidente.

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Sardegna: Ichnusa riporta il vuoto a “buon” rendere

People For Planet - Mer, 09/19/2018 - 02:16

Entrando in molti bar della Sardegna è comune notare un usanza. A differenza di molte altre regioni e dei paesi nordici in cui aumentano sempre più i consumi individuali di piccoli formati, qui la birra è ancora prevalentemente un rito di offerta e condivisione collettiva legato ad un particolare standard, quello da 66 centilitri. Non è solo la condivisione però a differenziare i consumatori sardi da quelli “del continente”, così come vengono definiti sull’isola.
La Sardegna ha infatti un consumo procapite di birra annuo di circa 61,7 litri, circa 20 litri sotto la media europea ma due volte la media nazionale, e ha sempre vantato un aspetto virtuoso legato alla bevanda di malto che purtroppo negli ultimi anni è andato perdendosi in favore delle leggi di mercato, ovvero il vuoto a rendere.

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Stretta della Francia sull’obsolescenza programmata

People For Planet - Mer, 09/19/2018 - 02:04

A partire dall’1 gennaio del 2020 in Francia ogni prodotto tecnologico dovrà esibire un’etichetta che riporti l’indice di riparabilità. L’obsolescenza programmata ha i giorni contati.

Tutto si può dire dei francesi tranne che non sappiano fare le rivoluzioni e che non abbiano una particolare predilezione per il mese di luglio.

La rivoluzione francese contro l’obsolescenza programmata ha infatti inizio l’1 luglio 2016, quando è entrato in vigore il reato di obsolescenza programmata, con pene fino a due anni di reclusione per l’amministratore delegato dell’azienda condannata e multa di 300mila euro, estendibile al 5% del fatturato generato nel Paese.

L’emendamento, voluto dalla commissione speciale per l’energia, è stato approvato a meno di un anno dalla proposta. Una decisione rapida e indolore, che ha come obiettivi l’allungamento dei cicli di vita degli oggetti di uso quotidiano e una maggiore trasparenza a favore dei consumatori. L’etichetta obbligatoria riporterà l’indice di riparabilità del prodotto calcolato in base a dieci parametri: ciò permetterà non soltanto acquisti più consapevoli ma riutilizzi più agevolati degli oggetti, a vantaggio di ambiente e tasche dei cittadini.

Un’indagine francese condotta da ADAME (Agenzia per l’ambiente e la gestione dell’energia) ha rilevato che l’88% dei francesi sostituisce il proprio telefono cellulare non perché inutilizzabile, ma perché “vecchio”. Per ogni utente che cambia il proprio telefonino ogni quattro anni anziché ogni due il risparmio ambientale è di 37 kg di gas serra in meno nell’atmosfera.

Certo, facile fare le rivoluzioni in Francia, dove ci sono un Ministro per la Transizione Ecologica e Solidale, Brune Poirson; il FREC (Feuille de route économie circulaire), un piano di governo francese, pubblicato a maggio, a favore dell’economia circolare; associazioni come HOP (Halte à l’Obsolescenze Programmée, letteralmente “stop all’obsolescenza programmata”) che affiancano la magistratura nelle inchieste contro addirittura le multinazionali del mondo digitale; big del mercato digitale come Fnac-Darty, piattaforma e-commerce di prodotti di elettronica, che nonostante sia terza per grandezza nel mercato francese, e con centinaia di negozi fisici sparsi sul territorio, ha introdotto l’etichetta di riparabilità già a partire da quest’anno, con due anni di anticipo rispetto all’entrata in vigore dell’obbligo per legge.

Quanto sta facendo la Francia è un chiaro esempio di come – pur con le difficoltà legate all’uscita da una crisi che ha colpito tutti e da cui è ancora difficile affrancarsi – un mercato sostenibile è concretamente possibile. È pratica comune di questi tempi demonizzare il mercato. Il suo pregio dovrebbe essere quello di funzionare in modo naturale e permettere a ciascuno di guadagnare quanto qualcun altro è disposto a dargli. Ciò nonostante, a torto o a ragione, si imputa al mercato ciò che forse ha più a che vedere con l’egoismo umano. Di più: si imputa al mercato storture e difetti che sono propri dei consumatori.

Si può vietare la plastica usa e getta, per altro indispensabile in certi ambiti, come quello medico, si possono introdurre veicoli sempre meno inquinanti, si può regolamentare l’utilizzo delle risorse. Se però il consumatore prende l’auto per fare quattrocento metri, tenendo il motore a 6mila giri e il condizionatore a 18° a settembre, è evidente che il problema non è il fantomatico mercato, ma l’individuo, il consumatore.

Egli gioca un ruolo fondamentale, anche nella partita contro l’obsolescenza programmata. In linea teorica il consumatore può già farsi una stima della vita utile del prodotto che intende acquistare. Nel caso di un cellulare, ad esempio, la durata della batteria, le plastiche e il MTTF dell’elettronica sono dati che informano sulla durata oltre che sulla qualità del prodotto. Ma quanti prestano attenzione alla scheda del prodotto? Quanti sono in grado di leggere tali dati? Un’etichettatura comprensibile e valida per tutti è indubbiamente il primo passo verso una società di individui consapevoli.

L’obsolescenza programmata risale all’invenzione della lampadina, ed è un concetto quasi banale, che il consumatore accetta come qualcosa di naturale, di ovvio, specie in relazione a oggetti che hanno a che fare con l’informatica e la tecnologia. Dell’obsolescenza programmata di alcuni oggetti non si fa nemmeno più caso: lo spazzolino elettrico a cui non si può sostituire la batteria, il frullatore da cucina, dove occorre spaccare la plastica per riparare o sostituire il motore elettrico, perché non ci sono viti, eccetera. Per evitare di circondarsi di 300mila intercambiabili, di cui non si ha nemmeno conoscenza, è necessario affinare la coscienza.

 

Photo credit: www.dailygreen.it

Sharing Economy: la Condivisione diventa totale

People For Planet - Mar, 09/18/2018 - 03:57

Condividere è bellissimo, etico e molto conveniente!
Stiamo parlando dell’Economia Collaborativa che secondo uno studio di PwC, una società internazionale di servizio alle imprese, è un mercato che nella sola Europa vale 28 miliardi di euro e che è destinato a crescere: si stima un valore di 570 miliardi di euro entro il 2025.

La faranno da padroni, sempre secondo questo studio, i sistemi di condivisione dei trasporti che potranno arrivare a coprire il 40% del mercato: car sharing, bike sharing, ecc.

La diffusione degli smartphone, l’accesso sempre più diffuso alla rete Web e la creazione e la diffusione delle applicazioni specifiche permettono già da subito di condividere qualsiasi prodotto o servizio che si presti a questo fine. Ognuno può scambiare beni o servizi con qualcun’altro per un tempo limitato e questa possibilità ha aperto molte prospettive per investimenti e nuovi posti di lavoro.
Si può mettere a disposizione la casa, la piattaforma Airbnb ne è l’esempio più famoso. Si può condividere il cibo e si può condividere pure la gestione della spazzatura.

Una delle novità di questi ultimi anni è costituita dalla possibilità di condividere gli strumenti di lavoro. Serve un trattore Lamborghini 1050 con braccio decespugliatore? Oppure un carrello elevatore laterale o molto più semplicemente un tosaerba?
Toolssharing.com è il sito – con relativa app – che risponde proprio a queste esigenze: pensato non solo per chi ha bisogno per qualche ora o qualche giorno di un particolare attrezzo ma, come nella filosofia dello sharing, anche per chi ha questi utensili e vuole che siano usati con maggior frequenza (e ammortizzarne anche in parte il costo di acquisto).
Per esempio: una motosega costa 28 euro al giorno che diventano 20 al giorno se viene tenuta due giorni e 15 per un mese.
Per ogni macchinario il sito offre le caratteristiche tecniche, a quali utilizzi è destinato e quali dispositivi di protezione richiede. La meticolosità è tale che si può leggere che la motosega serve per tagliare i rami degli alberi!

Insomma, si può condividere molto, basta un po’ di fantasia, la voglia di collaborare e una app; e a vedere i numeri la Sharing Economy è anche estremamente conveniente.

Fonti:
https://www.insidemarketing.it/sharing-economy-in-italia-prospettive-2025/
https://www.pwc.co.uk/issues/megatrends/collisions/sharingeconomy/future-of-the-sharing-economy-in-europe-2016.html
https://toolssharing.com/

Immagini copertina e gallery: fotomontaggi di Armando Tondo

Una persona su 9 nel mondo è denutrita

People For Planet - Mar, 09/18/2018 - 02:33

La preoccupante notizia arriva dal rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World 2018 pubblicato lo scorso 11 settembre dalla FAOFood and Agriculture Organization (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e Agricoltura).

Eventi climatici estremi e variabilità delle condizioni meteo sono tra i maggiori responsabili del trend in negativo registrato negli ultimi anni. I dati riportati nel rapporto ONU sulla sicurezza alimentare della fame nel mondo non sono per nulla incoraggianti: tra il 2016 e il 2017 in numero di persone denutrite è aumentato di 6 milioni, arrivando complessivamente a contare 821 milioni di persone. Un trend in crescita per il terzo anno consecutivo.

“Il principale dato emerso quest’anno è che, in effetti, la fame a livello mondiale sta aumentando per il terzo anno consecutivo” dichiara Cindy Holleman, economista senior presso ESA Divisione Economia Agricola e dello Sviluppo della FAO . “E questo è molto preoccupante perché in pratica ci riporta ai livelli di fame di quasi un decennio fa. Quindi è una situazione abbastanza allarmante” continua l’esperta.

Un miraggio lontano ci sembra l’Obiettivo 2 previsto nell’Agenda 2030: porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile e paradossale è la situazione attuale se si pensa che, in alcune parti del globo, ci si trova quotidianamente a lottare contro il problema opposto: l’obesità, anche in Italia.

Mentre ogni giorno si cerca di sensibilizzare milioni di persone verso una dieta equilibrata, altrettanti milioni non hanno cibo a sufficienza e, non soddisfatti, sappiamo con certezza che ogni giorno vengono letteralmente buttati nella spazzatura chili cibo ancora commestibile (vedi infografica sullo spreco alimentare in Italia).

I cambiamenti climatici sono responsabili della fame nel mondo.
Lo studio mette in evidenza come il danno inferto dai cambiamenti climatici alla sicurezza alimentare riguarda tutti i parametri possibili: dalla disponibilità di cibo alla possibilità di accedervi, fino alla stabilità delle risorse.

Tifoni, uragani, siccità… L’instabilità climatica, accompagnata da temperature anomale in continuo aumento, ha come conseguenza la difficoltà di assicurare raccolti regolari e sufficienti e quindi, per gli agricoltori, di provvedere al proprio sostentamento. Inoltre, nei Paesi dipendenti dalla produzione agricola, queste incertezze si sono manifestate anche nei prezzi alimentari che, aumentando esponenzialmente, hanno creato dirette ripercussioni sul reddito familiare e l’impossibilità di provvedere a un equilibrato sostentamento. Con le categorie vulnerabili in prima linea.

Quali sono i paesi più colpiti? Sud America e Africa registrano una situazione particolarmente grave e in continuo peggioramento, mentre gran parte del continente asiatico si sta risollevando da una situazione precedentemente al pari dei Paesi sopracitati, registrando un trend positivo negli ultimi anni.

Australia, ecco il primo treno a energia solare

People For Planet - Mar, 09/18/2018 - 02:30

Da rottame a pioniere della mobilità sostenibile. “Lui” è un vecchio treno, uno storico convoglio australiano rimandato in “pista” dalla Byron Bay Railroad Company con una sostanziale novità: è il primo treno alimentato al 100 per cento da energia solare. Fa la spola fra il centro cittadino di Byron Bay, cittadina balneare del Nuovo Galles del Sud, in Australia, alla zona turistica ricca di resort, lungo tre chilometri di binari. Con i suoi cento posti a sedere e la sua anima green, è la risposta all’esigenza di promuovere la mobilità su ferro a zero emissioni e alle richieste degli stessi cittadini stufi del diesel.

Da luogo d’incontro (la “Cavvanbah” degli aborigeni), paradiso dei surfisti e stella polare degli hippy, oggi Byron Bay si trasforma in capitale dei trasporti eco-friendly. Il convoglio, che originariamente era alimentato proprio da motori diesel, può contare su un impianto solare da 30 chilowatt, un sistema proprietario di accumulo e una stazione di ricarica. I pannelli solari integrati alla locomotiva e i tetti delle carrozze sono di 6,5 chilowatt, mentre il generatore solare installato a bordo è alimentato da una batteria da 77 chilowattora. Il sistema di ricarica a frenata permette di recuperare fino a un quarto dell’energia elettrica.

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Il flop della Ferrari senza Marchionne

People For Planet - Mar, 09/18/2018 - 02:20

Sergio Marchionne si è addormentato con la Ferrari potenziale campione del mondo, in testa alla classifica piloti della Formula Uno con Sebastian Vettel. E ora, se si sarà svegliato da qualche parte, starà fumando persino più del solito e imprecando l’impossibile. Senza di lui, Maranello si è dissolta. Il manager col pullover, che ha stravolto e salvato la Fiat, che è entrato più volte in collisione col sistema Italia, è stato dichiarato in coma irreversibile prima del Gran Premio di Germania che si è corso il 22 luglio. Da appena ventiquattro ore Marchionne non era più il presidente della Ferrari. In quel momento, la scuderia più affascinante della Formula Uno era in testa al Mondiale con Sebastian Vettel che aveva otto punti di vantaggio su Lewis Hamilton. Da allora, però, tutto è cambiato.

Le prima avvisaglie ci furono subito, non in pista ma a Piazza Affari. Dopo la morte di Marchionne, il titolo crollò dell’8%: il secondo peggior risultato di sempre. Era la Ferrari il grande cruccio del manager italo-canadese. Cruccio sportivo. Perché dal punto di vista industriale, l’aveva risollevata eccome. Il cavallino rampante quotato in Borsa anche a New York (oltre a Milano) e trasformato in uno dei grandi marchi di lusso. Mancava la ciliegina sulla torta: riportare il Mondiale a Maranello. Marchionne aveva già deciso: dopo la sua uscita programmata da Fca, si sarebbe dedicato soltanto alla Rossa. Dicono che stesse cercando casa a Modena. Aveva risollevato la scuderia puntando sulla valorizzazione delle risorse interne. E questo sembrava l’anno giusto. Prima del maledetto luglio.    

Quattro vittorie di Hamilton su cinque Gran Premi

Da quando Marchionne non è più presidente della Ferrari, Hamilton ha vinto quattro gare su cinque. Mentre Vettel ha trionfato solo in Belgio e soprattutto Maranello è parsa una scuderia allo sbando. In cinque gare è successo di tutto. Già in Germania, con Marchionne biologicamente (solo biologicamente) ancora vivo, ci furono le prime avvisaglie. Con l’ordine di scuderia imposto a Raikkonen di far passare Vettel. Enzo Ferrari non lo avrebbe mai fatto, è contrario ai suoi principi, è sempre la pista a stabilire chi è il più veloce. E poi Vettel che non ha trovato di meglio che andare a sbattere contro un muro. E perdere la gara e il primo posto in classifica.

A Monza il trionfo dell’approssimazione

L’unica vittoria della Ferrari post Marchionne è stata in Belgio, con Vettel ovviamente. Preludio all’attesissimo Gran Premio di Monza dove è andata in scena l’approssimazione della Ferrari. Due rosse in prima fila, Raikkonen davanti a Vettel, grande eccitazione sugli spalti. Sembrava il giorno del riscatto e invece è stato il giorno del dilettantismo. Con Vettel che prima ha provato invano a superare Raikkonen e poi è entrato in collisione con Hamilton. Un suicidio sportivo pochi secondi dopo la partenza. È finita con Hamilton braccia al cielo, le bandiere rosse ammainate e Vettel quarto, sempre più lontano dalla vetta. E Marchionne chissà dove.

Fino all’altra figuraccia rimediata ieri a Singapore. Dopo aver nel frattempo comunicato che dall’anno prossimo il signor Raikkonen non guiderà più la Rossa. Al suo posto l’astro nascente Leclerc. La musica, però, non è cambiata. La Ferrari ha sbagliato strategia al cambio gomme e ha perso altri tredici punti in classifica.

Marchionne ha lasciato con Vettel in vantaggio di otto punti su Hamilton; in meno di due mesi, l’inglese gliene ha mangiati quarantotto di punti e ora la classifica dice: 281 a 241. Mancano ancora sei gran premi. In teoria, tutto è possibile. In pratica, restano frasi come «Non capiamo che cosa non abbia funzionato» oppure «Sono io il principale nemico di me stesso» pronunciata da Vettel a Singapore. Psicologia a buon mercato più che filosofia di cui Marchionne è stato da sempre grande appassionato e studioso.

Perché tutti vogliono salvare queste profughe?

People For Planet - Lun, 09/17/2018 - 04:50
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Il Partenope: la moneta complementare di Napoli

People For Planet - Lun, 09/17/2018 - 02:54

E’ la domanda che ha suscitato tante discussioni (anche sui social) a seguito della dichiarazione del sindaco di Napoli Luigi De Magistris di introdurre una moneta complementare, il Partenope, per agevolare gli scambi di beni e servizi prevalentemente all’interno della comunita’ partenopea.

Abbiamo avuto innanzitutto una conferma : siamo il paese con il più alto tasso di ignoranza finanziaria del vecchio continente. E non e’ solo un problema dell’ormai iconica vecchietta da cui non si puo’ pretendere che impari a leggere il Financial Times. L’incompetenza in materia finanziaria investe, invece, anche opinion leader e rappresentanti della politica oltre ovviamente ai webeti tuttologi che hanno inondato i social di commenti superficiali ed ironici, quando non offensivi.

Uno scambio di ignoranza avvilente, probabilmente sollecitato anche dal modo in cui e’ avvenuta la comunicazione del sindaco che ricordiamo oggi di mestiere fa il politico e necessariamente deve utilizzare un linguaggio conciso e populista, termine che occorrerebbe definitivamente sdoganare dalla sua illetterata accezione.

Ma cosa non ha voluto dire De Magistris quando ha parlato del Partenope ?

Il Partenope non è e non può essere:
una moneta di corso legale che puo’ essere emessa, stampata e coniata, solo dalle banche centrali
una moneta virtuale (non è qualcosa di simile ai Bitcoin, ecc);
un sistema di baratto (perché il baratto è solitamente immediato e unilaterale, cioè io do qualcosa a te, tu la dai a me: con il Partenope io do qualcosa a te e poi posso comprare 1, 2, 3 altre cose da altre persone, facendo leva sui crediti accumulati).

Il Partenope dovrebbe essere una moneta complementare. Si tratta di uno strumento di pagamento parallelo ed integrativo della moneta tradizionale, una modalità di transazione tra aziende (inserite in un circuito di corporate barter) con forma di pagamento in merci e servizi che vengono valorizzati attraverso una unita’ di conto digitale basata sulla equazione 1 Partenope=1 Euro; in altri termini il Corporate barter consente alle aziende che hanno poca liquidità e a cui le banche hanno ridotto o chiuso gli affidamenti di pagare gli acquisti con la vendita dei propri prodotti.
E si ritorna alle origini.
Non perché mancano i beni o i servizi (anzi, ce n’è una quantità eccessiva), ma perché manca la moneta o quantomeno non circola.
E se la moneta non gira, non crea mercato. E la produzione, di qualsiasi tipo, implode.
Quindi da qualche anno (Oltreoceano esiste dalla crisi del 1929) si sta sviluppando anche nel nostro Paese (il piu conosciuto e’ il Sardex) tra la comunità delle aziende, soprattutto piccole e medie imprese, un sistema che non produce liquidità, ma che sicuramente ne fa risparmiare tanta: il Corporate barter, una compensazione multilaterale tra aziende che avviene tramite network molto conosciuti sul web in cui e’ previsto lo scambio di beni e servizi attraverso l’uso di monete complementari.

Si paga una quota associativa che mediamente costa circa il 5% dei movimenti.
I dati della Irta (International reciprocal trade association) riportati da Bloomberg stimano negli Stati Uniti un mercato da 12 miliardi dollari all’anno in transazioni che non prevedono scambio di valuta.
A chi si rivolgono i circuiti di Corporate barter?
Soprattutto commercianti con fondi di magazzino che in tal modo hanno il vantaggio di promuovere il proprio invenduto, ma anche fornitori di servizi che non hanno materiale da scambiare e a cui risulta più semplice il do ut des.
Il baratto tra aziende, come abbiamo detto, è multilaterale, cioè avviene tra soggetti diversi e può essere effettuato al 100% in natura oppure pagando una parte in denaro.

Lo schema è semplice: A vende a B che vende a C che a sua volta vende ad A; in tal modo il Corporate barter non solo rappresenta una strategia finanziaria anti-crisi, ma anche una forma nuova di marketing per piccole imprese, tra l’altro sempre percorribile, perché permette di allargare il mercato di riferimento delle aziende che arrivano, in tal modo, a intercettare clienti e territori che prima non erano mai riuscite a raggiungere monetizzando prodotti o servizi disponibili o risultanti da una capacità produttiva finora inespressa.
Al momento dell’ingresso nel network, successivo all’analisi della solvibilità dell’aderente, viene concesso alle aziende un piccolo fido, meglio dire una disponibilità di acquisto (perché non genera interessi di alcun tipo), con cui possono fare le prime transazioni.
Ogni azienda che aderisce al circuito apre quindi un conto che gestisce la contabilità in entrata e in uscita dei valori corrispondenti alle vendite o agli acquisti.
Per cui se l’azienda va “a debito” (cioè ha acquistato più di quanto ha venduto) si salda semplicemente, a fine anno, vendendo merce o offrendo un servizio per un importo pari a quanto acquistato.
Se poi l’azienda non vuole rinnovare la quota associativa, si salderà in denaro.
Se invece va a credito (cioè ha venduto più di quanto ha acquistato) quest’ultimo si estingue solo facendo acquisti in barter, in qualsiasi momento e senza alcuna scadenza, e mai convertendo in denaro il credito.
L’unico handicap riscontrato sta nella legislazione vigente (in Italia, ovviamente) che limita fortemente una società di barter a dare piena soddisfazione a tutte le richieste di acquisto e vendita di beni e servizi in compensazione multilaterale: tasse (è solo un piccolo passo il baratto amministrativo introdotto con il decreto Sblocca Italia del novembre 2014), utenze e oneri finanziari non sono ancora “barterizzabili”.
Come mai? Immaginate un po’…

Dal 16 al 22 settembre torna la Settimana europea della Mobilità

People For Planet - Lun, 09/17/2018 - 02:46

La Settimana Europea della Mobilità sostenibile, giunta alla 17° edizione, quest’anno ha come  tema principale la “Multimodalità” con lo slogan “Cambia e vai”.

Quest’anno ai cittadini europei viene chiesto di ripensare a come si muovono, come vivono la propria città e di essere sensibili all’ambiente trovando mezzi alternativi per gli spostamenti, magari in modo misto.

Tendenzialmente prendiamo l’auto per andare ovunque: in gita, in palestra, in ufficio.

Invece si può provare a cambiare: in palestra ci si può andare a piedi così si risparmia sul tapis roulant, per la gita domenicale perché non prendere il treno o fare un giro in bici? E per andare in ufficio magari l’autobus è una buona soluzione.

Ce lo chiede l’Europa!
La Commissione Europea chiede a ogni Paese membro di organizzare una settimana di attività dedicate al tema dell’anno, almeno una misura permanente e l’istituzione, preferibilmente il 22 settembre, di una “Giornata senza auto” e in molte città italiane sono state organizzati eventi, performance e attività rivolte a sensibilizzare i cittadini al cambiamento e al rinnovamento dei propri stili di vita.

L’Italia è stata il Paese che nel 2017 ha raccolto più adesioni, 2526, e quest’anno si può dare di più, come diceva il poeta e senza essere eroi.

Per esempio possiamo aderire all’iniziativa della FIAB – Federazione Italiana Amici della Bicicletta Onlus- e alla “Settimana Europea della Mobilità Sostenibile… in Bicicletta” con l’hastag  #CarFreeWeek.
7 giorni a due ruote e i vostri polmoni vi saranno grati in eterno.

Potete scaricare l‘immagine ufficiale sul sito www.settimanaeuropeafiab.it postandola sui vostri social con una foto che vi vede orgogliosamente in sella.

Per ulteriori informazioni e per adesioni alla Settimana Europea della Mobilità è possibile visitare il sito internet http://www.mobilityweek.eu/.
Saranno a breve rese disponibili le linee guida per supportare le amministrazioni locali nell’organizzazione, mentre al link http://www.mobilityweek.eu/communication-toolkit/ è già disponibile un insieme di materiali di comunicazione liberamente utilizzabili.

A scuola di gay

People For Planet - Dom, 09/16/2018 - 02:26
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Le percezioni distorte degli italiani

People For Planet - Sab, 09/15/2018 - 10:27

E’ come se lo guardassimo riflesso in uno specchio che ne distorce le forme e le proporzioni, ingigantendo alcune parti, rimpicciolendo o deformando o cancellandone altre.
Di tutto ciò spesso non riusciamo a renderci conto. Fatichiamo, insomma, a percepire quanto la nostra percezione delle cose può essere fallace.

Di tutto ciò si è parlato di recente, in occasione dell’uscita di un libro intitolato The perils of perception. L’autore è Robert Duffy, il direttore della sezione inglese della società di ricerche Ipsos. Il testo dà conto dei risultati di uno studio pluriennale che, partito nel 2014, è andato via via estendendosi fino a coinvolgere 38 paesi, tra cui l’Italia. Qui le sintesi annuali dei dati. Qui quel che ne dice il Corriere della Sera. Qui l’articolo scritto da Duffy medesimo, per l’edizione inglese di Huffington Post.

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Le vittime dei taser di cui non si parla

People For Planet - Sab, 09/15/2018 - 09:54

Nancy Schrock sapeva che la situazione stava precipitando. Suo marito era in cortile in uno stato di estrema agitazione, lanciava sedie per aria e urlava contro i demoni. La donna ha chiamato la polizia. “Bisogna portarlo in ospedale”, ha detto al centralinista del 911. Erano le 22.24 di un giovedì del giugno del 2012. “Sta male, molto male”.

Tom Schrock aveva lottato contro la depressione e problemi legati all’abuso di droghe per tutti i 35 anni del loro matrimonio. Dopo la morte del loro primo figlio per un’overdose di eroina, tre anni prima, le crisi erano diventate più violente. La polizia era stata chiamata a casa degli Schrock, che vivono a Ontario, vicino a Los Angeles, almeno una decina di volte. Di solito gli agenti portavano Tom in ospedale, dove veniva curato e rimandato a casa dopo 72 ore.

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Respirare aria sana anche in casa (Infografica)

People For Planet - Sab, 09/15/2018 - 04:14

Vernici, colle, detersivi, ammoniaca, formaldeide, sono tutte sostanze pericolose. In questa infografica segnaliamo alcune piante da appartamento che possono aiutare ad assorbire questi agenti inquinanti.

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Microplastiche al bando: lo chiede il Parlamento Europeo

People For Planet - Sab, 09/15/2018 - 02:34

Nuove norme e standard di qualità per le pastiche, divieto totale alle microplastiche in detersivi e cosmetici entro il 2020, creazione di un vero e proprio mercato unico per le plastiche riciclate e misure per affrontare il problema dei rifiuti marini. Sono queste le richieste contenute nella risoluzione non vincolante approvata giovedì al Parlamento Europeo, con una grande maggioranza: 597 voti favorevoli, 15 contrari e 25 astensioni.

“La mia relazione non è un appello contro la plastica, ma un appello per un’economia circolare della plastica, in cui trattiamo la plastica in modo sostenibile e responsabile, in modo da poter fermare gli effetti dannosi e preservare il valore della catena di produzione” – ha dichiarato il relatore della proposta, Mark Demesmaeker, europarlamentare belga del Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei. “Per avere successo, dobbiamo utilizzare la strategia come leva per modelli circolari di produzione e consumo. Dobbiamo fornire soluzioni su misura, poiché non esistono soluzioni facili. E dobbiamo lavorare insieme lungo l’intera catena”.

Secondo stime che si possono leggere sul sito del Parlamento Europeo, nell’Unione nel 2015 la produzione globale annua di plastica ha raggiunto i 322 milioni di tonnellate, e si prevede che raddoppierà nei prossimi 20 anni. Ancora oggi, purtroppo, solo il 30% dei rifiuti di plastica viene raccolto per il riciclaggio e solo il 6% della plastica sul mercato è costituita da materiali riciclati.
Plastica che finisce ovunque, in particolare nei nostri mari e nelle nostre spiagge, dove più dell’80% dei rifiuti è composto da plastica.

Un’economia circolare di plastica riciclata
Gli eurodeputati chiedono di spingere verso la creazione di un mercato interno per le materie prime secondarie, necessario per garantire la transizione verso un’economia circolare. La richiesta, rivolta alla Commissione Europea – l’esecutivo europeo – è di proporre degli standard sulla qualità delle plastiche riciclate per creare fiducia e rafforzare il mercato della plastica secondaria, garantendone quindi anche la sicurezza.
Gli incentivi possono essere anche fiscali: gli eurodeputati propongono agli Stati membri di ridurre l’IVA sui prodotti contenenti materiali riciclati.

Nella proposta del Parlamento, oltre all’incentivo, per rafforzare raccolta e riciclaggio si può anche estendere la responsabilità per i produttori crando però anche sistemi di deposito-rimborso e parallelamente cercare di creare azioni di sensibilizzazione verso questi temi.

Il ruolo dei pescatori
Tra le categorie che il Parlamento propone di incentivare c’è quella dei pescatori: proprio loro potrebbero svolgere un ruolo importante nella lotta contro la plastica, raccogliendo i rifiuti durante la pesca e riportandoli in porto.

Leggi il nostro dossier sulle microplastiche

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