1-10 MAGGIO: CORSO DI TEATRO CON DARIO FO E JACOPO FO IN DIRETTA DA ALCATRAZ

 

Tutti i giorni in diretta dalla Libera Università di Alcatraz dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 18.00 alle 20.00 

 

 

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"Ciao Donato. Artista coraggioso, generoso e geniale" - Il saluto di Dario e Jacopo Fo

 

 

Saluto di Dario Fo a Donato Sartori

Il mio rapporto di amicizia con Donato Sartori risale a molti anni fa, agli inizi della mia carriera teatrale, lo incontrai al Piccolo Teatro e lui mi fece scoprire la complessità e l'intelligenza che rendono una maschera della commedia dell'arte non solo un capolavoro estetico ma anche una macchina espressiva.

Donato era un grande artista e un grande artigiano e contemporaneamente una persona umile, modesta, aperta, generosa, piena di vitalità e ironia, con la quale mi sono sempre trovato bene a lavorare. La sua arte ha arricchito il mio teatro e insieme abbiamo realizzato spettacoli e mostre.

Mi ricordo a Kopenaghen esponemmo insieme maschere, dipinti, elementi scenici, raccogliendo un tale successo che gli organizzatori dovettero contingentare gli ingressi all'esposizione. Si creò una coda lunghissima che scendeva lungo le scale del palazzo fino in strada.

E non è stato solo un collega, ma anche un amico. Quando dopo il sequestro di Franca nostro figlio Jacopo si trovò ad attraversare un momento difficile e rischiava proprio di sbarellare completamente, mi trovai a chiedermi cosa potessi fare per aiutarlo. Ero convinto che solo proponendogli di realizzare qualche cosa di concreto con le mani potevo aiutarlo ad uscire da quello stato di ossessione del dolore. E mi venne naturale rivolgermi a Donato e a Paola Sartori in cerca di aiuto. E Loro lo accettarono come studente e lo accolsero in casa come un figlio. E sicuramente quell'esperienza lo aiutò molto.

Una cosa vorrei aggiungere, quando ho letto sui giornali che Donato si era suicidato perché era depresso sono restato incredulo. Ci eravamo visti il 23 marzo a Verona all'inaugurazione dell'archivio museo, dove sono esposte anche le maschere di Donato. Avevamo parlato della possibilità di organizzare ancora una volta insieme una grande mostra per rendere visibile l'immensa, straordinaria raccolta di maschere di tutto il mondo che i Sartori hanno messo assieme. E non mi era sembrato per nulla depresso.

Ho telefonato a Paola e Sarah e loro mi hanno raccontato la verità. Ho scoperto così una cosa che Donato era riuscito a tenere nascosta a tutti: aveva un tumore terminale e gli restavano pochi giorni di vita. Non era depresso, semplicemente non voleva infliggere alla sua famiglia il dolore di una lenta agonia. Così ha preferito tagliare corto e togliere il disturbo. Suicidarsi è stato per lui non la conclusione di una incapacità di vivere ma un atto d'amore. E sicuramente non avrebbe scelto un modo così traumatico di morire se l'Italia fosse un paese civile che consentisse a chi non ce la fa piu' a vivere, di morire in modo indolore e assistito come accade in Svizzera.

In questo momento noi tutti stiamo salutando Donato e onorandolo per quel che è stato per noi e per quel che ha fatto. E io voglio aggiungere che desidero portare a termine il sogno che avevamo fatto insieme, sulla possibilità di allestire una grande mostra sulle maschere, magari proprio nello spazio museale di Verona.

Ciao Donato!

 

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Saluto di Jacopo Fo a Donato Sartori

La notizia della scelta di Donato di morire mi ha lasciato un vuoto. Per me è stato un maestro. L'ho incontrato in un momento molto difficile, insieme a Paola e Sarah mi ha accolto nella sua casa laboratorio, un luogo per me spettacolare e mi ha insegnato la complessità.

Per me una maschera era semplicemente una macchia di colore, un disegno sul viso di un attore. Donato e Paola mi fecero vedere cosa c'era dietro, come era possibile, con carta di giornale e colla di farina, realizzare un materiale leggero e resistente capace di prendere qualunque forma.

Mi insegnarono anche che la maschera è una macchina che ingigantisce le espressioni del viso. Ma è anche una macchina per acchiappare la luce.

Donato mi fece vedere come con un martelletto di corno si poteva battere la maschera di cuoio, creando centinaia di piccolissime depressioni che intrappolavano la luce, la amplificavano oppure la cancellavano. Grazie ai piani nitidi e alle geometrie ben delineate era così possibile che la maschera cambiasse completamente espressione con movimenti minimi dell'attore. Una magia che anche oggi mi seduce ogni volta che osservo una maschera.

Per questo gli sono grato.

La morte di Donato ha lasciato a mezzo progetti che stavamo studiando insieme con Paola e Sarah; e che non ho nessuna intenzione di lasciar correre ora che lui è morto. Continueremo. Non smettere di insistere è un vizio di famiglia. Della mia e di quella di Donato.

 

Clicca qui per visitare il sito del Museo Internazionale della Maschera Amleto e Donato Sartori.

 

 

Comunicato Stampa - Addio al Maestro Donato Sartori

Donato Sartori è mancato sabato scorso e domani, venerdì 29, verrà allestita la camera ardente dalle 10 alle 16.30 al Museo Internazionale della Maschera in via Savioli, 2 ad Abano Terme.

Donato non voleva pianti e tristezze, lo saluteremo assieme a partire dalle 14 con la lettura delle testimonianze e un brindisi augurandogli buon viaggio.

Con molta sensibilità il Sindaco ha proclamato in questi giorni lutto cittadino, un grande omaggio che si unisce al cordoglio che la notizia ha suscitato in tutto il mondo artistico e ha promesso di realizzare una grande maschera da collocare nell’isola pedonale come da progetto di Donato.

 

Dal padre Amleto (1915-1962), celebre scultore pittore e poeta soprattutto grande innovatore e inventore con la rinascita della maschera teatrale in cuoio risultato di lunghi studi ed estenuanti tentativi, Donato riceve un grave testimone che gli permetterà di aprirsi alla nuova ricerca sulla maschera, spiraglio non solo nella dimensione teatrale bensì in quella pluridisciplinare delle Arti visive, della musica, del gesto, inoltrandosi perfino nel sociale. 

 

Dalle memorie di Donato:

Mio padre muore giovane, stroncato da un feroce cancro ai polmoni, ma lascia un ponderoso testimone che non posso esimermi di raccogliere. Ricordo le ultime istruzioni, suggeritemi con voce flebile , che mi proiettavano a forza nella sfera internazionale poco più che ventenne. Per questa ragione, frequenti furono i viaggi all’estero, soprattutto a Parigi, caput mundi della cultura e dell’arte, per continuare la ricerca di una mia propria identità artistica che piano piano venivo assumendo con la frequentazione dei compagni e docenti dell’École de Beaux-Arts e soprattutto per assistere alle lezioni dell’amico Jacques Lecoq inerenti a “l’architettura del movimento”, straordinaria formula che, ante litteram, poneva le basi ad una sorta di interdisciplinarietà delle arti racchiudendo in sé teatro, architettura, arti visive e naturalmente il gesto inteso nella più sublimata definizione del senso. Proprio qui venni a contatto con Cesar (Cesare Baldaccini) che aveva l’aula-laboratorio attigua a quella di Jacques nella medesima accademia delle arti parigina. Lo straordinario scultore, fu membro di uno dei movimenti artistici più rappresentativi del secolo, il Nouveau Réalisme, corrente d’avanguardia ideata e gestita dal famoso critico Pierre Restany che agli albori degli anni Sessanta raccolse attorno a sé una pletora di giovani artisti destinati a divenire, da lì a breve, icone dell’avanguardia artistica mondiale: oltre a Cesar, Arman, Christo, Clyne, Tinguely e altri. Qui nella Parigi dei primi anni Settanta prese a formarsi nella mia mente la nuova idea di maschera più legata a quelle istanze politico-sociali che venivano affacciandosi nell’Italia tormentata post-sessantottina. La maschera del volto, inventata da Amleto, assume altre dimensioni quale mutante temporale e diviene maschera totale impossessandosi del corpo intero fino a raggiungere lo stravolgimento dello spazio e del tempo. Nasce così, ai primordi della nuova era digitale, il “mascheramento urbano”, la maschera della città che si avvale delle più sofisticate tecnologie virtuali e si allinea con le ricerche contemporanee di un futuro prossimo. Ecco che il seme sparso da Amleto in un tempo non troppo lontano germoglia e si diffonde quotidianamente nelle più disparate aree culturali del mondo intero nell’indefessa attività degli errabondi componenti del Centro Maschere e Strutture Gestuali.

 

Nel 1979 fonda il Centro Maschere e Strutture Gestuali assieme all’architetto Paola Piizzi, poi sua moglie, ed allo scenografo Paolo Trombetta e, da qualche anno, arricchito dalla presenza della figlia Sarah.

Questo organismo culturale si occupa ancor oggi della maschera etno-antropologica, la maschera di teatro dall’antichità fino ai nostri giorni e delle più recenti ricerche pluridisciplinari di Donato riguardo al mascheramento urbano e le strutture gestuali. Iniziano da subito tournées in Europa in cui venivano sviluppate attività didattico-laboratoriali, mostre, produzioni di maschere per nuovi spettacoli teatrali e la progettazione di maschere urbane e spettacoli “en plain air”; spesso i seminari venivano accompagnati da collaborazioni con attori, performer e artisti visuali di tutto il mondo.

Nel 1980 Donato Sartori viene invitato dal direttore Maurizio Scaparro a partecipare alla Biennale-Teatro di Venezia dove realizza la grande installazione-performance a Piazza San Marco chiamata “Ambientazione” con la partecipazione di quasi centomila persone. Questi mascheramenti urbani furono poi portati in altre città: da Genova a Rio, da Trieste a Napoli, da Nancy a Milano e poi Bologna e Firenze, Reims e Singapore, Tokyo e Amsterdam ecc. ecc. ove ogni città richiedeva uno specifico progetto unito a verifiche delle istanze sociali, storiche, culturali ed architettoniche.

Dal 1996 al 2002 viene chiamato in Svezia a dirigere un laboratorio permanente (Maskenverkstaden), tenendo seminari sulla maschera teatrale e conducendo ricerche storiche sulle maschere medioevali nordiche in collaborazione con docenti universitari, studiosi e ricercatori; importante fu la ricerca e produzione di maschere per la trilogia di Eschilo “L’Orestea” diretta da Peter Oskarson che gli ha permesso di effettuare vari viaggi di studio nei luoghi previsti per la ricerca storica e la messa in scena dell’opera greca: in India, in Mozambico, in Grecia e nei siti della Magna Grecia per conoscere e sperimentare ambienti, teatri e luoghi religiosi in essa citati.

Per mettere a punto le 140 maschere realizzate con nuove tipologie e tecniche costruttive, sperimentò approfonditamente l’acustica prevista per i cori greci e le mise a confronto con quelle realizzate oltre cinquant’anni prima dal padre Amleto Sartori con la regia di Jean-Louis Barrault per la medesima tragedia.

 

Come suo padre, oltre alla scultura ed all’insegnamento, si dedicò alla maschera teatrale in cuoio continuando ad evolverla e creandone sempre di nuove man mano i registi e gli artisti emergenti glielo richiedevano, mai interrompendo la collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano, la Scuola parigina di Jacques Lecoq e altri ancora perseguendo una tecnica e metodologia, invariate dal 1946, che costituiscono il programma del Seminario Internazionale della Commedia dell’Arte che ogni anno ha luogo ad Abano a cura del Centro maschere e Strutture Gestuali.

 

Quest’anno, fra poche settimane, inizierà la 31° edizione orbata del suo direttore, ma non dei suoi insegnamenti. Paola, la moglie, e Sarah la figlia con la storica equipe del Centro Maschere daranno nuovo vigore a questa attività e a quelle che seguiranno perché se ne è andato l’uomo ma non l’artista come già avvenuto con Amleto. Allora il testimone passò al figlio Donato ora, con la figlia Sarah, si apre la terza generazione di questa famiglia d’arte che tanto ha dato alla cultura teatrale. La moglie, che ha sempre condiviso le varie attività culturali, sarà il trait d’union di questo storico passaggio continuando il lungo viaggio personale ed artistico intrapreso con Donato tanti anni fa facendo sua la curiosità intellettuale, l’arte oratoria, la tenacia e la voglia di trasmettere il sapere del compagno di una vita.

Questa instancabile ricerca e creazione nonché la raccolta di opere, maschere, documenti, oggetti, provenienti da tutto il mondo e l’attività artistica che si snoda attraverso una serie di sperimentazioni e ricerche assai varie e complesse, ha fatto della creazione di maschere una sorta di “unicum” a livello internazionale ed è stata premiata con l’assegnazione da parte del Comune di Abano Terme della seicentesca Villa veneta Trevisan Savioli che ospita il Museo Internazionale della Maschera Amleto e Donato Sartori, inaugurato a dicembre 2004 il Museo è stato tenuto a battesimo da una prima mondiale realizzata da Dario Fo e Franca Rame.

Qui sono esposte le opere dei Sartori, raccolte e realizzate in oltre ottant’anni di attività artistica; in questo ambito vengono ospitate anche rassegne teatrali, seminari, cinema e video, attività didattiche, inoltre, negli spazi museali dedicati ad esposizioni temporanee vengono promosse mostre e spettacoli concernenti la cultura di altri popoli e civiltà, nel quadro di scambi culturali con musei italiani e stranieri e con le strutture culturali degli altri Paesi del mondo.

La moglie Paola Piizzi racconta con commozione gli ultimi tragici attimi vissuti accanto al Maestro, simbolo stesso della maschera nel mondo. «Bisogna essere pieni di vita per poter fare un simile gesto. Era un malato terminale, non aveva speranze. Non c'erano altre possibilità di salvarsi. Quando ha focalizzato tutto ciò ha deciso di morire come ha vissuto, con grande dignità e con grande forza interiore. La vita è sempre trasformazione, proprio perché è vita. È un gesto che fa male, ma si può capire. Si deve capire. Togliendosi la vita ha dimostrato grande amore per tutti noi, anche se il dolore è infinito e il vuoto che lascia è immenso. Era un coraggioso, un uomo generoso, di grande dignità. Persona geniale, curiosa, eclettica per lui non ero solo una moglie, ma la compagna di vita e per nostra figlia Sarah ha dato sfogo alla sua arte fino agli ultimi momenti, dipingendo per lei le porte della casa dove vive. Ora stiamo percependo una grande vicinanza da parte di un’incredibile moltitudine di persone : è come fossimo immersi in un oceano di amore. Siamo una famiglia di artisti che ama l'arte. Continueremo a portare avanti i progetti. Un giorno ha detto a me e a nostra figlia Sarah “Adesso tocca a voi”.

“Ecco, siamo pronte!”.

 

Dal sito web del Museo Internazionale della Maschera Amleto e Donato Sartori:

Carissimi tutti, vogliamo darvi qualche informazione in più per la giornata di venerdì 29 aprile, durante la quale sarà possibile dare l’ultimo saluto al Maestro Donato Sartori (dalle ore 10.00 alle 16.30 al Museo in Villa Savioli).

Per chi lo desidera a partire dalle ore 14.00, sarà possibile portare una propria testimonianza da condividere con gli altri, che può essere un breve scritto, una musica o un gesto simbolico o altro.

Sappiamo però che sarete in tanti a voler omaggiare il Maestro Donato Sartori, pertanto vi invitiamo caldamente a cercare di rendere facile la condivisione della testimonianza, pensando a qualcosa di semplice e breve in modo da lasciar spazio a tutti.

Nel caso in cui voleste portare e condividere la vostra testimonianza vi invitiamo a scrivere a questa email info@sartorimaskmuseum.it e sarah.sartori.shs@gmail.com entro le ore 17.00 di giovedì 28 aprile. Nelle nostre possibilità cercheremo di venirvi incontro, ma tenente in considerazione anche il breve tempo e la complessità nell’organizzazione della giornata. Nel caso in cui non fosse possibile dare spazio a tutte le testimonianze durante la giornata di venerdì, sarà a discrezione della famiglia Sartori dare priorità alle più significative.

Per le persone che per distanza geografica o altre ragioni, non riusciranno a partecipare fisicamente alla giornata di venerdì 29, ma volessero comunque contribuire a rendere omaggio al Maestro, sarà possibile inviare via email (info@sartorimaskmuseum.it) o via posta (Museo Internazionale della Maschera Amleto e Donato Sartori, Via Savioli, 2 – 35031 Abano Terme PD, Italy) il proprio contributo su ogni tipo di formato (testuale, video, musicale o quant’altro) che andranno successivamente ad essere parte di un Dossier dedicato al Maestro Donato Sartori.

Desideriamo condividere con tutto il mondo questo momento e il ricordo di Donato. Un grazie a tutti per la partecipazione di questi giorni.

 

 

Paola e Sarah Sartori

 

DARIO FO TORNA A TEATRO CON MISTERO BUFFO - DATE 2016

Dario Fo torna a teatro! E lo fa in grande stile!

"Esattamente 47 anni fa andavamo in scena a Milano con Mistero Buffo – ha detto Dario Fo – Era il 1969.

Recitavamo in un capannone di una piccola fabbrica dismessa dalle parti di Porta Romana che noi avevamo trasformato in una sala di teatro con il nostro gruppo. In quell'occasione Franca ed io ci alternavamo sul palcoscenico eseguendo monologhi di tradizione popolare, tratti da giullarate e fabliaux del medioevo, non solo italiane, ma provenienti da tutta Europa.

Mistero Buffo cercava di dimostrare che esiste un teatro popolare di grande valore, nient'affatto succube o derivato da testi della tradizione erudita, espressione della cultura dominante.

Oggi, dopo quasi mezzo secolo, torniamo in scena con una selezione di questo nostro spettacolo 'dei primordi'. Non ci è stato facile decidere quali testi privilegiare".

 

- PADOVA: presso il  Teatro Geox il 20 maggio alle ore 21,30  

- MILANO: presso il Teatro Ciak il giorno 27 maggio alle ore 21,00

- ROMA: presso Cavea auditorium parco della musica il 16 giugno alle ore 21,00

 

Biglietti disponibili online su: 

-  prontoticket.it 

-  ticketone.it 

-  per Padova anche su zedlive.com 

Dario Fo per Gianroberto Casaleggio - 12 aprile 2016

Quando si parla di Gianroberto i giornalisti tendono a classificarlo quasi subito come l’ideologo, il guru, del Movimento 5 Stelle. È la definizione più banale e ovvia che si possa pensare.

Bisogna partire da un fatto importante, la sua cultura. Era un uomo di una conoscenza straordinaria, leggeva tutto quello che riteneva fosse importante sapere, faceva collegamenti molto acuti fra i vari testi e aveva un modo di esprimersi riguardo alle diverse situazioni mai banale e prevedibile.

Mi capitava spesso di chiedere se avesse letto dei particolari libri che ritenevo importanti, e non azzeccavo mai un documento che lui non conoscesse già, tanto che un giorno gli ho detto: “Ascolta, fai più presto a dirmi quello che non conosci, così non mi metti più in imbarazzo”.

Spesso diceva che era impreparato a dare un giudizio su certi argomenti, e questo denota una modestia, un’umiltà che è difficile trovare nell’ambiente della politica comune.

Un altro tratto del suo carattere che posso testimoniare è la generosità nel modo di comportarsi, specie di fronte ad alcuni momenti tragici della vita del nostro paese. Inoltre evitava le dichiarazioni roboanti e preferiva analizzare prima di definire.

Quando gli chiedevo notizie sulla sua salute cercava di non dare molto peso al problema, diceva: “Sì, non va tanto bene ma speriamo di migliorare”.

A me, personalmente, manca molto. È un baratro nella mia memoria. La sua scomparsa è una perdita gigantesca per il Movimento, e non so immaginare quali conseguenze possano verificarsi, ma sono certo che le persone straordinarie che ne fanno parte, specie i giovani dell’ultima generazione, saranno in grado di proseguire sulla giusta via.

 

Dario Fo

Apertura "MUSA LAB Franca Rame e Dario Fo" presso gli Archivi di Stato a Verona

 

Per questa bella notizia riprendiamo integralmente il comunicato stampa del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e della Direzione generale Archivi di Stato di Verona: 

Il 23 marzo 2016, vigilia del 90° compleanno del Maestro Dario Fo, è nato il Museo Archivio Laboratorio Franca Rame Dario Fo, inaugurato alla presenza del Premio Nobel e del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo On. Dario Franceschini.

L’Archivio Rame-Fo è quindi oggi ospitato nei locali dell’Archivio di Stato di Verona e costituisce un patrimonio di straordinaria rilevanza, composto da copioni, manoscritti, stesure progressive dei lavori svolti, disegni, dipinti, bozzetti, manifesti, copie di contratti, fatture, libri, articoli, costumi, pupazzi, marionette, scenografie, locandine e fotografie di scena.

Questo ricchissimo insieme di beni culturali ha suggerito di sperimentare un nuovo approccio per la valorizzazione dell’Archivio Rame-Fo, che consentisse l’accesso non solo agli studiosi ma anche a un pubblico più vasto. Per questo è stato offerto uno spazio negli antichi magazzini del grano di Verona, da poco restaurati dalla Fondazione Cariverona per ospitare l’Archivio di Stato, che consenta l’esposizione dei materiali e allo stesso tempo sia un laboratorio per promuovere iniziative e appuntamenti di rilevanza culturale e sociale anche con il mondo universitario e scolastico in generale.

La presenza nella nostra struttura dell’importantissimo Archivio Laboratorio Franca Rame Dario Fo sarà sicuramente foriera di proficue collaborazioni con tutti i luoghi di cultura assisi sul territorio e potrà portare alla realizzazione di ulteriori progetti di valorizzazione del nostro patrimonio.

Al riguardo si stanno pianificando con il figlio di Dario Fo, Jacopo, e con la direttrice del MusALab, dr.ssa Maria Teresa Pizza, le modalità di approccio delle istituzioni universitarie, scolastiche e museali, delle biblioteche e delle associazioni turistiche assise sul territorio per far conoscere le finalità e le enormi potenzialità del neonato Archivio Laboratorio. Nei nostri depositi vi sono miriadi di documenti che attendono con impazienza di raccontarsi e raccontare la storia di Verona. E in tale direzione ritengo che la sfida più grande che deve affrontare un luogo di cultura come il nostro sia quella di saper coniugare il rigore scientifico con la divulgazione e la creatività artistica di cui l’Archivio laboratorio Franca Rame Dario Fo è portatore e sarà certamente anche promotore.

Il MusALab Franca Rame Dario Fo aprirà al Pubblico presso la sala espositiva dell’Archivio di Stato di Verona sita al piano terra lato nord del Magazzino 1 già da domani 30 marzo, e resterà aperto per un mese, dal 30 marzo al 1° maggio compreso con i seguenti orari: da lunedì a venerdì: dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14.00 alle ore 17.00 sabato e domenica: dalle ore 10.00 alle ore 19.00.

Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere al seguente numero di cell. 3475748267 oppure

inviare una e mail a: as-vr@beniculturali.it

 

Il Direttore dr. Roberto Mazzei

 

ARCHIVIO DI STATO VERONA

Via Santa Teresa 12 – 37135 Verona

Tel. 045 594580 – Fax 045 8041453

e-mail: as-vr@beniculturali.it

 

AUGURI DARIO!

 

Dario Fo compie 90 anni: “Sono anziano non vecchio. I vecchi ridono poco, sono nostalgici e di destra. E io a destra mai!”

Articolo di Silvia Truzzi pubblicato sul Fatto Quotidiano: 

Il premio Nobel per la letteratura si racconta: dall'incontro con la moglie Franca Rame alla nascita del figlio, dalla pittura al teatro. "Il giorno più bello della mia vita? Quando è finita la guerra: ricordo come se fosse ieri la festa dei paesi mentre si allontanava l'incubo della morte, delle bombe, di quella distruzione orrenda".

Lo cercano tutti per via delle novanta candeline. E giustamente lui obietta: ma io non ho fatto nulla di rilevante, compio soltanto gli anni.

Il numero però è importante. Come lo è il padrone di casa, che ci riceve in un’assolata mattina milanese mentre la primavera albeggia al di là delle finestre. Siamo venuti tante volte in questo appartamento a parlare con Dario Fo dei suoi libri, dei suoi spettacoli, della politica. L’ultima, l’anno scorso, ci aveva lasciato con una frase indimenticabile: “Creare meraviglia vuol dire suscitare l’incanto in chi ti guarda. E attraverso il coinvolgimento passano al pubblico molte cose, per questo fare teatro è il mestiere più straordinario del mondo”.

Di lui sappiamo quasi tutto, perché non ha mai smesso di lavorare, scrivere, recitare e nemmeno di far sentire la sua voce nel dibattito pubblico. Allora, in occasione di questo compleanno così rotondo e dunque così simbolico, abbiamo cercato di capire da dove arriva quel suo estro vulcanico che tanto ha dato all’Italia.

Tutto comincia a Luino, il 24 marzo del 1926 quando mamma Pina dà alla luce Dario. Suo marito Felice, di nome e di fatto, è un capostazione con la passione per il teatro.

Il più antico ricordo è “un fatto di sangue”, sullo sfondo c’è un binario: “Avevo circa tre anni. Vidi un ragazzo che attraversava in bicicletta la ferrovia. Cadde e si ferì profondamente una mano, in verticale. Gli andai vicino, la mano era tutta rossa di sangue. Era la prima volta che lo vedevo e ho scoperto che l’uomo è pieno di sangue. Poi è arrivato un signore che l’ha soccorso e gli ha stretto una sciarpa attorno alla ferita. E gli ha detto: ‘Andiamo in ospedale perché dovrai mettere dei punti’. Un’altra cosa che mi colpì moltissimo: non sapevo che le persone si potevano rammendare come faceva la mamma con i pantaloni sdruciti”. Un fatto traumatico. E non è il solo. L’altro ricordo è di una notte in cui mi sono svegliato in casa e non c’era nessuno. Ho cominciato a strillare ed è arrivata una vicina. Mi ha consolato, con una perfetta recita a soggetto in cui ha inventato una scusa su due piedi e mi ha fatto riaddormentare. Ma appena i miei sono tornati mi sono svegliato: volevo sapere perché erano andati via senza dirmi nulla. Questi sono i due primi ricordi della mia vita.

La sua scelta di arruolarsi giovanissimo nell’esercito della Rsi ha suscitato un mare di polemiche negli anni Settanta.

Ho scritto tutto in un libro: mi sono arruolato nell’esercito italiano, in quanto italiano e non in quanto fascista, per un brevissimo periodo. Mi sono arruolato per non essere deportato in Germania e alla fine sono andato nei parà perché per i paracadutisti c’era un periodo di addestramento obbligatorio e sapevo che la guerra era agli sgoccioli: in Germania non ci volevo andare, nessuno tornava. Alla fine sono scappato, perché avevano fucilato venti civili senza ragione. Non m’importava nulla che mi uccidessero: il mondo attorno a me ormai era solo brutalità, violenza, sopraffazione. Non m’interessava più nulla di come andava a finire. Sono andato a rifugiarmi in montagna durante le ultime settimane prima della Liberazione. Ma la gente del mio paese, quando sono tornato, non mi ha chiamato fascista. Ho soltanto cercato di salvarmi: ero un ragazzo.

La sua prima vocazione artistica è stata la pittura.

Ho studiato all’Accademia di Brera, per otto anni. In quegli anni imparo a incidere, a dipingere, a scolpire. Però a un certo punto capisco che non siamo più nel periodo d’oro della pittura, con la guerra qualcosa si è rotto. Tanto è vero che anche i pittori già affermati cominciano a faticare. A un certo punto un importante mercante d’arte mi propone di entrare nella sua bottega. Cioè lui mi passava uno stipendio, ma in cambio voleva la gran parte della mia produzione. Mi lasciava una decina di quadri: all’epoca io producevo tantissimo, una tela al giorno. Lui si prendeva tutto, salvo che io fossi diventato molto famoso, allora avrei percepito delle percentuali sulle vendite. Capii che era una truffa e allora dissi basta, questo non è il mio mestiere.

E quindi?

Mi sono iscritto ad Architettura. Contemporaneamente lavoravo per aiutare mio padre a pagare le tasse e i libri: facevo il ragazzo di bottega in uno studio di architettura. Mi mandavano a fare dei rilievi, su cui producevo dei bozzetti. A un certo punto scopro che il terreno di cui mi occupo è vincolato, a uso agricolo. Allora vado dal titolare dello studio e gli dico: ma perché lavoriamo ai progetti su quel terreno che è vincolato? È inutile. E lui mi risponde: ‘Non preoccuparti, le vie del sorprendente in architettura sono infinite’. Un mese dopo, il Comune aveva cambiato la destinazione d’uso di quel terreno, da agricolo a edificabile. Per me fu una delusione grandissima. Disperatamente diedi le dimissioni. Non avevo un soldo, letteralmente, ed ero depresso. Continuavo a dimagrire perché appena mangiavo qualcosa, rimettevo. Un mio amico mi disse: ‘Ma io ti ho sentito recitare e tutti ti applaudivano. Sei bravissimo a recitare, è quello il tuo mestiere!’.

Allora andò a bussare alla porta di Franco Parenti.

Esatto: andai lì con alcuni monologhi che avevo pronti e mi presero subito. Alle prove c’era Franca. Io la conoscevo già, attraverso una fotografia che avevo visto nel salotto di casa di sua madre a Varese, perché per caso avevo conosciuto il fratello.

Ed è stato subito amore?

Dio… era meravigliosa: bellissima, affascinante, spiritosa. Bravissima sul lavoro.

E corteggiatissima.

Lei mi piaceva moltissimo, ovviamente. A chi non piaceva Franca? Ma non era alla mia portata. Tutte le volte che la guardavo mi dicevo: ‘Non perdere tempo, non perdere la testa, non fare casini. Con tutti i pretendenti potenti e ricchi che ha…’. M’imponevo di non incrociare mai il suo sguardo, di non darle retta se mi rivolgeva la parola. Arrivavano fiori, regali, venivano a prenderla con l’automobile. Figurati un po’, io ero uno spiantato. Una sera però ci ritrovammo da soli. Io stavo uscendo dal teatro e lei mi disse: ‘Ma dove vai, Dario?’. Io, secco: ‘A casa’. E lei: ‘Non mangi?’. Le raccontai una bugia: ‘Ho già mangiato prima’. Ma lei aveva capito: ‘Stai dicendo una balla’. Non avevo una lira in tasca. Allora m’invitò lei: ‘Pago io. Ma ho soldi abbastanza per pane, salame e una birra. Ti va?’. Tutti i miei buoni propositi andarono a farsi benedire… Abbiamo attraversato Milano in lungo e in largo, quella notte. Io la accompagnavo a casa, poi lei insisteva per accompagnare me e io di nuovo lei. Abbiamo parlato per molte ore, una serata gioiosa e divertente.

E quindi l’ha baciata?

Ma no! Anzi, non volevo mai uscire con lei. Inventavo delle balle, dicevo sempre che ero occupato, che non potevo. Una volta le ho detto addirittura che avevo un esame al Politecnico e che dovevo studiare e non era vero perché avevo già lasciato. Quella sera stessa, eravamo nelle quinte del palco, lei mi ha dato uno spintone. Sono finito con le spalle al muro e mi ha baciato. Questa è la storia.

Siete stati insieme tutta la vita. Ma Franca a un certo punto l’ha lasciata. 

Veramente mi ha lasciato un mucchio di volte. Quando è diventata soubrettona, in gergo si dice così, per una compagnia molto importante, la sorella le diceva: ‘Lascia perdere gli attori, sono dei perdigiorno. Che vita ti può dare Dario?’. Poi abbiamo fatto la pace, una volta che lei venne a vederci recitare. E tornò con noi per recitare ne Il dito nell’occhio. Poi ci siamo sposati in Sant’Ambrogio con il vescovo che aveva tenuto lì l’arredo di un altro matrimonio. Poi ci siamo lasciati almeno un paio di volte. Sempre lei. E aveva ragione, io ero sballato. Avevamo un successo incredibile, io ero circondato da ragazze bellissime che mi si offrivano… Allora lei disse basta.

Tra queste distrazioni, non c’è mai stata nessuna che fosse importante?

Se fossi ipocrita, le direi che erano tutte storie senza importanza, occasionali. Avventure di nessun conto. Invece no: qualcuna tra queste ragazze si innamorava di me e io anche ero coinvolto. Ma Franca è sempre stata il centro del mio universo. Quando lei se ne andava e mi chiamava l’avvocato dicendomi ‘sua moglie si vuole dividere’, allora era un dramma.

Franca l’ha mai tradita?

Credo l’abbia fatto per ripicca. Io ci soffrivo ma mi sentivo troppo colpevole, capivo che lei aveva tutte le ragioni. Però questi sono stati incidenti, inciampi. Non sono stati mai la chiave della nostra relazione. Ho avuto per Franca un amore assoluto, sconfinato, traboccante. Ricordo quando ebbe un incidente stradale, doveva dormire su una superficie rigida e si sdraiava sul pavimento perché sul letto non riusciva a stare. E io andavo a sistemarmi vicino a lei per terra.

Le donne hanno con Franca Rame un debito di gratitudine per aver avuto il coraggio di raccontare la violenza subita nel ’73. Cos’ha provato lei quando sua moglie è stata presa?

Non ci sono le parole per dire la rabbia, il dolore, il senso d’impotenza. La cosa più terribile è stata quando sono venuti fuori i particolari, il coinvolgimento dello Stato e dei carabinieri, il brindisi alla notizia dello stupro. Il processo andato prescritto… (una lacrima minuscola scivola sulle guancia dietro gli occhiali da sole, ndr)

Come ha fatto sua moglie a superarla?

Un professore nostro amico le disse: ‘Franca, denunciare non basta. La terapia devi fartela da sola, devi salvarti tu. Non basta che ne parli con i tuoi familiari o con qualche amico. Devi liberarti, devi raccontare. Fallo in teatro, è il tuo mestiere’. Lei, scuotendo la testa, rispose: ‘No, questo non posso farlo’. Un sera, mentre recitavamo uno spettacolo, lei aveva la scena dopo la mia, un monologo. Io ero dietro le quinte e improvvisamente capisco che non è il pezzo previsto, ma che Franca sta raccontando il suo dramma. La gente era sconvolta. Un coraggio da leonessa. E che esempio è stato per le donne! Quelli erano ancora tempi in cui le ragazze non potevano denunciare le violenze.

Cosa le ha insegnato diventare padre?

Ho capito tardi l’importanza del mio ruolo di genitore, di quello che dovevo fare per mio figlio Jacopo. Lavoravo tanto, ero spesso fuori in tournée. Mi sono perso la sua infanzia: è mancata anche a me. Poi ci siamo avvicinati molto e sia io che Franca abbiamo capito che dovevamo vivere insieme la nostra condizione di genitori ed essere in pieno una famiglia. Oggi sono nonno e bisnonno, felice. Passo molto tempo con la mia famiglia: ora per questo compleanno arrivano tutti, mi manderanno a dormire in solaio!

Parliamo di amici.

Sono sempre stato un ladro: di conoscenze, di sapere, di esperienza. Ho guardato i miei amici lavorare, li ho ascoltati e ho rubato, da tutti un po’. Quando ero ragazzino andavo in campagna a dipingere con i pittori adulti: li osservavo attentamente, copiavo. E pure all’Accademia. Io raccontavo storie, favole. Mi esibivo. Come giullare ero già famoso. E poi io chiedevo a mia volta di farmi vedere come si facevano le cose: ho sempre imparato rubando. Gaber, Jannacci mi chiamavano maestro: sono stati i primi. Ho insegnato loro alcune cose… Cadenzare senza esagerare, stare in scena naturalmente. Gli consigliavo di parlare con il pubblico, di creare un rapporto con chi li ascoltava.

Qualche rimpianto?

Chissà perché me lo domandano tutti… Ho avuto una fortuna esagerata nella mia vita. Tutto quello che andava male, le crisi, i momenti distruttivi si sono sempre capovolti. Mi sono trovato spostato dal vento verso orizzonti diversi, cambiamenti, novità. Nessun rimpianto, davvero.

Perché non ha mai voluto guidare l’auto?

Non m’interessava. Guidare è un’attività esclusiva, per cui non puoi mai distrarti. Ho provato una volta e ho capito che non ero adatto. Ma lo sospettavo: perfino in bicicletta cadevo perché pensavo a tutto fuorché alla strada. Poi c’era Franca, lei era così brava a guidare…

I libri più importanti della sua vita?

Tantissimi. Le dico Memorie di un ottuagenario di Ippolito Nievo, che ho letto da ragazzo e amato moltissimo. Fino a un certo punto sono stato un vorace lettore di romanzi. Adoravo Dos Passos e Hemingway. Poi a un certo punto avevo delle curiosità che volevo togliermi, sulla Storia per esempio. Ho cominciato a leggere saggi e pubblicazioni scientifiche.

Il giorno in cui le hanno assegnato il premio Nobel è stato il più bello della sua vita?

No! Il giorno più bello è stato quando è finita la guerra: ricordo come se fosse ieri la festa dei paesi, mentre si allontanava l’incubo della morte, delle bombe, di quella distruzione orrenda. Quando ho vinto il Nobel con Franca ci siamo detti: ‘Adesso non montiamoci la testa’. E abbiamo ricominciato a lavorare.

Cos’è la vecchiaia?

Perché lo chiede a me? Io non mi sono accorto di nulla. Ogni tanto qualcuno mi diceva: ‘Guarda che tra un po’ compi novant’anni’, e io non ci davo peso. La vecchiaia ti viene addosso, all’improvviso. Io però mi sento anziano, non vecchio. E le spiego perché: i vecchi sono conservatori, sono nostalgici. Non fanno che ripetere ‘ai miei tempi’, hanno una mentalità chiusa, a volte ottusa. Non accettano le cose nuove, ridono poco. Sono ostili alla diversità. Io non mi trovo bene con quelli della mia età: peraltro i vecchi di solito votano a destra. E io a destra mai!

 

 

Articolo di Anna Bandettini pubblicato su Repubblica.it:

Ha cantato a squarciagola, ha recitato "La fame dello zanni" nel suo meraviglioso grammelot e poi la storia di "Pulecenella" l'innamorato sbruffone. Così, il vero regalo lo ha fatto lui, Dario Fo, recitando, infaticabile generoso e appassionato come sempre. E' stato il momento più bello ieri sera alla festa per il suo novantesimo compleanno al Piccolo Teatro Studio tutto esaurito con spettatori che via via arrivavano seduti per terra, suoi fan, milanesi forse anche come segno di gratitudine verso un artista che in oltre sessant'anni di palcoscenico ha interpretato impegno, passioni, utopie, delusioni, slanci collettivi.  

Belle le testimonianze dei famigliari che si sono succeduti sul palco: il figlio Jacopo che ha raccontato cosa ha voluto vivere con due genitori "diversi" come Dario e Franca, la nuora Eleonora che ha restituito l'ironia di due "suoceri" così e poi i nipoti, Iaele la più giovane ("Quando alla patente l'esaminatore mi ha chiesto "Si chiama Fo. Parente?", io dicendo sì ho subito pensato "speriamo sia un comunista!") e i due piccoli bisnipoti.

Stefano Benni, in segno di omaggio al maestro ha voluto ricordare Franca Rame con la poesia che le aveva dedicato per i suoi 70 anni, Carlo Petrini, che ha portato un assaggio della gastronomia Slow Food, e ha ripercorso gli anni dell'impegno politico e della militanza, e Enrico Intra che ha accompagnato il festeggiato al piano in un originale blues tra gli applausi della platea dove c'erano altri amici a cominciare da Claudio Bisio: "Buon compleanno, maestro", lo ha salutato, Mario Pirovano l'allievo forse più devoto.

Finale con torta e candeline regolarmente spente e l'irrinunciabile Banda degli ottoni che accompagnò anche la festa del Nobel nel 1997.

Ma a proposito di regali, quello forse più bello per Dario Fo è stata l'inaugurazione, mercoledì, della sede dell'archivio "Dario Fo e Franca Rame" a Verona, nello stesso edificio dell'archivio di Stato.

Museo, laboratorio, sala per mostre e presentazioni: così Dario Fo vuole che sia questo immenso luogo della memoria dove ha finalmente trovato cura e custodia il milione e più di documenti che testimoniano la storia settantennale del teatro di Dario Fo e Franca Rame: copioni, manoscritti, stesure diverse dei testi, disegni, bozzetti, dipinti, manifesti, copie di contratti, libri, articoli, costumi, pupazzi, marionette, scenografie, locandine e fotografie di scena.

Un patrimonio immenso, e va dato atto al ministro Franceschini di averlo capito e valorizzato. Per Dario Fo l'archivio dovrà essere un luogo sì, per studiosi,ma soprattutto per giovani dove trovare slancio e occasioni per guardare avanti. L'archivio corona un sogno di Franca Rame che già nell '95, con sguardo lungimirante, raccolse e fece digitalizzare tutti i materiali, rendendoli disponibili online per tutti.

"Vederlo ora custodito e valorizzato in questa sede di Verona è un miracolo- ha detto Fo- Un altro miracolo di Franca".

 

Per vedere il servizio di LaPresse sulla festa al Teatro Piccolo Studio Melato a Milano il 24 Marzo 2016 in occasione dei 90 anni di Dario Fo clicca qui. 

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