Il "Cantiere per il bene comune" appoggia Dario Fo

caro Dario,
la nostra associazione "Il Cantiere per il bene comune" appoggia la tua candidatura come sindaco di Milano.
Molti di noi ricordano come il teatro di questa città sia stato, grazie al Piccolo e alle tue prime sperimentazioni degli anni sessanta, il fulcro di un impegno culturale che ha fatto della tua città di allora uno dei più avanzati centri della civiltà europea.
Solo la tua elezione a sindaco può farci sperare di potere uscire dall'attuale decadenza berlusconiana e del berlusconismo di ogni colore.

Per il Cantiere
Achille Occhetto,Giulietto Chiesa,Antonello Falomi,Diego Novelli,Elio Veltri

IL RICONOSCIMENTO DEI DIVERSI

IL "CANTIERE PER IL BENE COMUNE" NON PUO' PRESCINDERE DAL RICONOSCIMENTO E DALLA VALORIZZAZIONE DEL PLURIVERSO DELLE DIFFERENTI DIVERSITA' CHE PERMEANO IL TESSUTO SOCIALE DALL'INTERCULTURA, AL RAPPORTO DI GENERE, DALL'HANDICAP, ALLA MEMORIA DEI LAGER e DEI GULAG...

RIPENSARE L’HANDICAP
Incontro con l’Alterità di operatori, servizi e famiglie.
Convegno a cura della rivista Pedagogika, con il patrocinio della città di Arese e il contributo della cooperativa sociale Stripes – Ottobre 2004.

di LAURA TUSSI

Oltre le diverse interpretazioni, le lungimiranti intuizioni, le intenzioni benpensanti, riguardanti l’emergenza handicap, i vari interventi educativi, medici e riabilitativi, a livello professionale, di tipo operativo, risultano spesso “nascosti”, non evidenti, perché l’”altro”, il portatore di diversità ed alterità, è fonte di timore, paura e soggetto a segregazione, emarginazione e pregiudizio.
Un’evoluzione positiva dell’intervento professionale, operativo e riabilitativo, si auspica mediante una presa di coscienza generale di ciascun soggetto in causa, dall’educatore, allo psicologo, al famigliare, coinvolti nell’incontro quotidiano con questo sintomo del male sociale, con risvolti individuali e risposte spesso individualistiche ed egoistiche dove la quotidianità nella sua complessità, sfugge alle maglie attanaglianti delle rappresentazioni, che escludono le difficoltà e riducono spesso il problema all’ambito del diritto e dell’uguaglianza.
Gli interventi corretti rivolti ad handicap gravi non devono avere origine in un umanitarismo pietistico o masochista, ma nel rispetto dei diritti e nella consapevolezza che l’azione professionale ben fatta a favore del diversamente-abile, volta al bene sommo del “diverso”, è vantaggiosa per l’intera società che riscopre, nell’apertura verso le insondabili e poliedriche sfaccettature, le polimorfe caratteristiche dell’umano, dei valori inalienabili, insostituibili, imprescindibili ed arricchenti per una civiltà purtroppo votata al consumismo e al rifiuto dell’inefficienza come la nostra. Dunque il rispetto, il confronto, la tolleranza positiva e non pregna di sufficienza e recondito disprezzo, il dialogo costruttivo, l’interscambio di opinioni, il contatto con ogni aspetto, peculiarità e carattere di “alterità” che permea l’esistenza umana e la sua ontologia.
Gli interventi a favore dell’handicap devono incentrarsi su principi di socializzazione, suscitare stimoli socializzanti e non segreganti, che inibiscono la capacità del dialogo, dell’interscambio dia-logico, nell’assenza di abilità relazionali e socializzanti: la necessità di raggiungere risultati positivi nell’azione operativa, di conseguire una giusta integrazione, buoni livelli di autonomia, sono obiettivi fondanti presi in carico da tutta la comunità sociale ed educante. Abbandonare il problema handicap a se stesso significa impoverire una comunità e aprire una ferita profonda sul piano culturale, a partire dal nucleo famigliare del disabile che diventa decisivo con la sua centralità affettiva, in quanto non deve permettere di ridurre il figlio a un caso, a una categoria di disabilità, ad un’utenza, indirizzato da “politiche societarie” che valorizzano la soggettività sociale, le reti associative e di volontariato e le relazioni interfamigliari, attribuendo rilievo alla centralità dei legami familiari e societari. L’intervento riabilitativo non dovrebbe dunque esasperare la differenza, facendo di questa stessa peculiarità la stigmate stessa dell’emarginazione. La segregazione è un fenomeno imperante e omnipervasivo. Le risposte alle esigenze dell’handicap vanno fornite in organizzazioni di servizi come per altri cittadini.
Un’azione riabilitativa corretta deve permettere al soggetto di vivere in modo agiato la città e il quartiere, evitando l’emarginazione segregante in centri residenziali, con eccessivo concentramento di persone. Occorre consentire un’equa distribuzione sociale del peso materiale e psicologico che non dovrebbe gravare totalmente nell’ambito della famiglia, penalizzandola.
In quest’ottica olistica di intervento risulta auspicabile l’adozione di piccole comunità residenziali o semiresidenziali, interventi qualitativi come servizi aperti che facilitino l’interazione e la partecipazione di tutti i soggetti in causa: gli operatori, il personale medico e riabilitativo, gli educatori e i famigliari, che possano interagire nell’ambito di servizi collocati in zone abitate, facilmente raggiungibili e accessibili, perché l’obiettivo principale, il focus fondamentale sotteso all’azione di ogni intervento consiste nell’integrazione.

I miti della società dell’effimero

Una società fondata sul principio del valore e della sopravvivenza del più forte presenta notevoli svantaggi perché conferma principi ancestrali e primordiali quali il culto della potenza fisica, la rivalità, l’inimicizia, il dissidio, la supremazia e il principio di onnipotenza che emargina o addirittura annienta i più deboli. In una società che incoraggia la competizione economica, il successo del potere, la supremazia dell'arroganza rispetto al dialogo rispettoso e al confronto pacifico, vengono abbandonati principi valoriali basati sull’etica, fondati sulla giustizia che stimolano alla solidarietà ed alla cooperazione solidale per l’emancipazione personale di ogni singolo e distinto individuo, in quanto portatore di una insita diversità.
Una civiltà, una società, una comunità basate sul principio di potere e di onnipotenza, fondate sul primato dell’economico, in un’ottica massificatrice ed edonistica del tempo libero dove riecheggia l’eco del prestigio del dio denaro in chiave strettamente consumistica ed aleatoria, per raggiungere gli scranni del potere con politiche dell’effimero, queste portano di conseguenza ed inevitabilmente, come anche la Storia insegna, all’esclusione degli infermi, dei deboli, delle minoranze, degli anziani, insomma dei diversi, e come è stato, al loro annientamento.
In base a questi presupposti si deduce che il problema, la questione handicap può arricchire una società di valori e principi di apertura al dialogo tra diversità, in un “mito” che qualcuno sta vivendo in una nuova civiltà che finalmente vede nel più debole non più un perdente, ma un’occasione per provare e dare Amore.

I DIVERSI ORIENTAMENTI SESSUALI

GENERE E VITA QUOTIDIANA
Un’ampia gamma di differenze e…divergenze

di LAURA TUSSI

Alla Casa della Cultura di Milano Simonetta Piccone e Stella Ruspini curatrici di un numero monografico sul tema della rivista “Inchiesta” relativo ai rapporti di genere omosessuali, transessuali e eterosessuali. Intervengono: Laura Balbo, Emilio Reyneri, Franco Rositi.

La prospettiva di genere sembra abbia perso la precedente portata e che, una volta accreditata tra gli altri concetti utili nelle scienze sociali, sia entrata in una fase di pacificazione, che dal punto di vista politico (il più delicato), sia dal punto di vista della provocazione teorica, stimoli poca innovazione.
Si constata che le ricerche sorprendono sempre e mettono in disordine i concetti e le elaborazioni già acquisiti.
La ricerca sorprende sempre, ma anche la vita relazionale che conduciamo cambia ed effettivamente presenta oggi un’agenda più ampia ed aperta in cui sussistono e si avvertono vari cambiamenti e mutevoli stravolgimenti.
La trattazione teorica e metodologica delle ricerche rispetto ai nuovi orientamenti sessuali, tutto quello che concerne il transessualismo, l’omosessualità, gli scambi imprevisti tra maschile e femminile, appare più sofisticato di quanto non siano numerose le vere ricerche sul terreno; sono sofisticate e colte anche per effetto della accumulazione di conoscenze attraverso una serie di contributi internazionali.

Le discese sul terreno di analisi mostrano quanto sia veloce ed esteso il processo di arricchimento ed accrescimento quando si incomincia a lavorare e fare ricerca in questa direzione. Si acquisiscono concetti e si constatano realtà di fatto che prima non venivano discussi. Il numero delle configurazioni identitarie e gli scambi tra maschile e femminile, tra omosessuali e transessuali e tra tipi di transessuali tra loro, sembrano offrire una sorta di poliedrico ventaglio ad libitum nella società nel suo insieme, con una panoramica di scelte relazionali ricchissima e molto sfumata in incroci ed intrecci imprevedibili.
L’impressione è che le scelte relazionali delle persone nella vita reale e quotidiana siano profondamente coartate da pregiudizi piuttosto pesanti quando si tratta di orientamenti sessuali non tradizionali. A che punto si trovano i rapporti tra i generi? Le linee di rivalità e di attrito sono sempre esistite e si sono spostate, comparendo all’improvviso dove meno lo si aspetta. Sembra che l’ostilità e il non riconoscimento reciproco tra i diversi generi siano altrettanto accentuati negli agglomerati collettivi, nei gruppi e movimenti di protesta, per esempio nei centri sociali e nelle organizzazioni necessarie per le manifestazioni dei Gay Pride, in cui nascono conflitti di tutti i tipi, quali movimenti di protesta politica o identitaria o di appartenenza sociale molto particolare.

Altrettanto accentuati sono i conflitti all’interno delle coppie eterosessuali tra le quali qualche minimo di novità ed il riconoscimento reciproco hanno visto un’evoluzione e un incremento progressivo.
Anche tra le coppie separate eterosessuali, la linea dello scontro sta assumendo connotati diversi, nuovi ed imprevisti. Il pensiero femminista ha edificato una specie di monumento al lavoro di cura e alle qualità della condizione di maternità; nello stesso tempo, una delle conseguenze perverse consiste nel fatto che, in qualche maniera, si è tolta ogni comunicazione diretta o meglio si sono esclusi gli uomini da ogni possibilità di instaurare qualche rapporto con il loro ruolo eventualmente all’interno di un rapporto paterno con i figli, che non sia immediatamente sotto accusa o giudicato estremamente inadeguato. Risulta consequenziale che moltissime delle associazioni di “ex”, molto numerose, comunque si chiamino, per la difesa dei diritti dei padri, risultano aggressive e molto misogine, antagonizzano le donne in quanto madri, accusandole spesso a torto di varie scorrettezze e di strumentalizzazioni di vario tipo.
Queste organizzazioni si autodifendono dal fornire notizie, documentazioni e informazioni ai sociologhi e alle sociologhe che li vogliono intervistare, in quanto considerati parte integrante del partito delle “madri” e quindi automaticamente dotati di un portato valoriale negativo nei confronti dei loro punti di vista.

Dobbiamo quindi riflettere sulle formule della differenza femminile etica, morale e culturale, che in qualche maniera, genera e produce un isolamento molto venerato e anche molto poco capace di autocritica.

IL DISAGIO EVOLUTIVO E SOCIALE

IL DISAGIO EVOLUTIVO E SOCIALE
Cenni di osservazione di dinamiche adolescenziali

di LAURA TUSSI

DISAGIO EVOLUTIVO
L'adolescente vive una profonda trasformazione che interessa soprattutto le sfere della relazione (con se stesso, la famiglia, la scuola, i coetanei, il gruppo, ecc.), dell'identità (abbandono delle identificazioni infantili), dei valori e dei modelli. L'adolescenza è, per definizione, età della crisi, momento in cui si ricerca un nuovo equilibrio per far fronte alla rottura degli assetti precedenti. Il cammino verso l'identità, infatti, non è privo di ostacoli e, spesso, è accompagnato da difficoltà e disorientamento che vengono vissuti come disagio e, se non superati, danno luogo a disadattamento e devianza. Una profonda conflittualità vive l'adolescente costantemente impegnato a decidersi tra opposte alternative: narcisismo e correlazione, distruttività e creatività, conformismo e individualizzazione, irrazionalità e ragione. Alternative che richiedono tempo e sofferenza per essere risolte. Il disagio adolescenziale, allora, non è da considerarsi come un indicatore da interpretare in senso patologico, ma come un elemento costitutivo dell'età stessa. Per questa ragione si parla innanzitutto di disagio evolutivo. Il ragazzo avverte il carico dei difficili compiti evolutivi che deve affrontare durante il suo naturale processo di transizione verso l'età adulta e, nello stesso tempo, si rende conto di quanto inadeguati siano gli strumenti a sua disposizione per affrontare la complessità e le contraddizioni della vita quotidiana. Come un acrobata l'adolescente vive nell'insicurezza sperimentando situazioni di rischio. Non è difficile elencare una serie di percezioni, emozioni, sentimenti, valutazioni, bisogni e domande che nascondono una sofferenza sommersa, ma non per questo meno autentica e sincera.... Spesso il disagio è nascosto, mimetizzato, è difficile riconoscerlo perché troppo deboli sono i sintomi. In questi casi esso viene gestito dal singolo con una sofferenza tutta 'privata' e silenziosa. Altre volte, invece, il disagio è visibile nella frizione con i sistemi di appartenenza, e viene gestito all'interno della realtà in cui si evidenzia. Quando poi esplode il disagio si manifesta attraverso gesti eclatanti che tante volte finiscono per riempire le cronache dei giornali. In quest'ultimo caso ci troviamo di fronte ad una situazione di grave sofferenza interiore che sfocia inesorabilmente in drammatico comportamento deviante. Aggressività, dominanza, passività, autoesclusione, disimpegno, insubordinazione, rifiuto di ogni limite, insoddisfazione, non sono soltanto sintomi che rivelano un grave malessere di fondo ma essi hanno il valore di un segnale lanciato, magari inconsciamente, dagli adolescenti al mondo degli adulti, una richiesta di aiuto che non può essere disattesa. Sono tanti i ragazzi che hanno paura di crescere e non sanno guardare con serenità al proprio futuro.
DISAGIO SOCIALE
Spesso le varie agenzie educative non solo sono incapaci ad assolvere ai propri compiti, ma addirittura non riescono a comprendere la complessità di questa particolare età. Allora il disagio soggettivo-evolutivo viene amplificandosi dando luogo, in tal modo, ad un disagio sociale. Una la somma di inadempienze, ritardi, tradimenti di cui i giovani sono stati l'oggetto privilegiato negli ultimi anni. La società con le sue agenzie educative, purtroppo, continua a mostrare la propria incapacità nel saper cogliere il vero volto di un disagio così diffuso. Senza un suo ruolo sociale preciso (non è più un bambino, ma non è ancora adulto), continuamente diviso tra una famiglia che delega il proprio compito educativo ad altri e una scuola che spesso è essa stessa causa di disagio, l'adolescente si ritrova da solo e con pochi strumenti ad affrontare ostacoli e difficoltà che, se superati, conducono alla maturità. Tutto ciò in un contesto sociale condizionante e massificante in cui i mass-media impongono falsi modelli vincenti. Il ragazzo che non ce la fa ad essere 'primo' capisce che non gli è riconosciuto il diritto di sbagliare. Sono tanti, purtroppo, i ragazzi che all'interno delle stesse agenzie educative vivono la realtà dell'emarginazione. Sacrificati a contenuti e programmi che poco hanno a che fare con il loro vissuto, tanti adolescenti, svalorizzati e abbandonati a se stessi, consumano male il loro tempo. E' così che le tradizionali agenzie educative incrementano il disagio.

RUOLO DEL GRUPPO E DEL TEMPO LIBERO
La famiglia, la scuola, i gruppi istituzionalizzati, anche quando riescono a cogliere l'esistenza del problema, spesso si mostrano incapaci di gestirlo, anzi in taluni casi lo amplificano con esiti molto negativi. Il tempo libero e l'informalità diventano allora il tempo e lo spazio in cui il disadattamento e la devianza adolescenziale emergono in tutta la loro drammaticità. Il gruppo degli amici del bar o del muretto può trasformarsi in un 'luogo' dove forte è il condizionamento per lo sviluppo della persona. Molti adolescenti ammettono una pressione di gruppo sulla loro persona per cui sono costretti ad adattarsi assumendo atteggiamenti imposti dagli altri. La pressione di gruppo piega i soggetti più fragili accentuandone la consapevolezza della propria debole identità. E' proprio nel gruppo che il disagio assume maggiore visibilità attraverso quei rituali che sono tipici della così diffusa cultura dello 'sballo' e che rappresentano la reazione degli adolescenti al loro disadattamento. Da recenti indagini i giovani che ogni settimana frequentano le discoteche sono circa il 70% della popolazione giovanile. Molti tra di essi consumano ecstasy, la pasticca superstimolante che permette di reggere 6 ore continue di ballo abbattendo ogni fatica fisica e psicologica e ogni freno inibitore. Con l'ecstasy nuovi soggetti sono entrati a far parte del mondo della droga. Sono ragazzi che non si piacciono così come sono e che hanno voglia di trasformarsi. Pensano di non essere adeguati e, quindi, di non essere accettati nel gruppo per cui cercano di modificarsi. Con l'ecstasy in brevissimo tempo hanno la sensazione di avere maggiori capacità, più potenza e più sicurezza. Qualche pasticca in più e arrivano allo sballo. Si tratta di una vera e propria fuga da se stessi e da quegli ambienti 'educativi' che non hanno permesso loro di essere protagonisti. Una fuga con una corsa folle verso il nulla al di là di ogni limite come quelle del sabato sera in automobile in cui tanti adolescenti perdono la vita. Agli educatori è demandato il compito di affrontare il disagio adolescenziale con un atteggiamento di grande apertura mentale necessario non solo per comprendere appieno i travagliati percorsi che accompagnano il cambiamento, ma anche per sperimentare la propria capacità di sapersi mettere all'occorrenza in discussione non arroccandosi dietro posizioni metodologiche apparentemente valide sempre e in ogni ambiente. Purtroppo si riflette poco sul disagio che vivono gli adolescenti e, spesso, gli educatori riescono a coglierlo solo quando i ragazzi mostrano distacco da quanto viene loro proposto in termini educativi. Solo, cioè, quando il ragazzo "non ci sta" l'educatore capisce che il suo progetto educativo non raggiunge i reali bisogni dell'adolescente. Il disagio dell'adolescente diventa, quindi, causa del disagio dell'educatore.
Per quest'ultimo si aprono due strade, due modi diversi di intervenire:
- rifiutarsi di mettersi in crisi e di rivedere la propria proposta educativa,
- ripensare il proprio intervento educativo ristrutturandolo e adeguandolo all'ambiente in cui è chiamato ad operare.
LE DUE VIE
1. Nel primo caso l'educatore lascia le cose come stanno e avvia un processo di selezione e di distinzione tra soggetti 'normali' e soggetti 'devianti' con conseguente colpevolizzazione ed esclusione di questi ultimi dai processi educativi. L'adolescente subisce, così, una emarginazione che pone le premesse di una possibile devianza. Se l'educatore sceglie questa strada vuol dire che egli interpreta il disagio come un sintomo da riferirsi esclusivamente al singolo e non da collegarsi con l'ambiente ed il sistema educativo. E', in altri termini, un problema che non riguarda tutti. Per questa ragione l'educatore non è disponibile a ripensare la propria azione educativa modificando gli assetti relazionali da lui stabiliti. Si legittimano in tal modo gli interventi speciali per soggetti particolari.
2. Se l'educatore, invece, pensa che il disagio espresso da alcuni soggetti non sia un problema da scaricare esclusivamente sul singolo bensì da interpretare come problema di tutti, come problema del 'sistema ambiente educativo', allora ha scelto una seconda strada, quella, cioè, che lo sollecita ad una rivisitazione del proprio intervento educativo. Il disagio, in tal modo, diventa per gli educatori lo stimolo a forgiarsi strumenti educativi adatti alla reintegrazione 'dell'altro', di colui che viene considerato 'particolare'. Reintegrazione che potrà avvenire solo se si accetta l'idea che non c'è un soggetto da piegare ad un determinato equilibrio, quanto un ambiente fatto di tante persone diverse che devono modificare il loro assetto comunicativo. Un invito, dunque, a ripensarsi. Una sollecitazione a verificare se è proprio la stessa comunità educativa a creare disagio attraverso atteggiamenti rigidi e selettivi che non tengono conto dei tempi e delle ragioni dei più deboli. Il disagio diventa, così, per gli educatori una importante opportunità per incontrare e ascoltare 'l'altro', con i suoi bisogni e le sue aspettative, con i suoi gesti-simbolo e le sue 'parole non dette': un vero esodo verso gli ultimi, una scelta educativa che ribadisce la scelta per i più poveri.
EDUCARE CON CUORE
Educare è un vero atto d'amore, un affare del cuore, un continuo donarsi, un generare alla vita. L'insegnamento del padre del sistema preventivo ha ancora più senso in una società che si occupa poco dei giovani, che non sa offrire loro l'idea del futuro e che, quindi, limita fortemente gli spazi alla speranza. "Vivi oggi e non pensare a domani" sembra essere lo slogan dei tanti giovani 'colpevoli' di essere nati in un tempo in cui tutto si consuma velocemente, dagli oggetti ai sentimenti, dalle esperienze alla propria vita. Ma alla fine ciò che rimane è soltanto solitudine e confusione: solitudine che i giovani tentano di superare inserendosi nel 'branco'; confusione che disorienta il ragazzo e lo fa brancolare nel buio, nel dubbio, nella paura, nella depressione; confusione, ancora, che non gli lascia cogliere la gioia che scaturisce da una vita vissuta all'insegna di valori autentici.
INSEGNARE A VIVERE
Gli adolescenti hanno bisogno soprattutto di stimoli e sostegno per giungere alla definizione di sè. Solo una responsabile azione educativa favorisce nell'adolescente la formazione di una propria coscienza autonoma capace di osteggiare le pressioni della cultura della trasgressione. Una sana autonomia si ottiene, infatti, se il ragazzo viene stimolato a rivestire nella famiglia e nella società un ruolo attivo e responsabile. Se c'è sempre chi, imponendo la propria volontà, decide per lui, non lo si sostiene nel cammino verso la formazione della propria identità. L'adolescente deve essere incentivato nei processi decisionali se si vuole che si lanci nella vita con sicurezza e libertà. Altrimenti avremo persone 'schiacciate', incapaci di decidere e costretti senza alternative a subire ed eseguire la volontà degli altri. E ciò che più è peggio, avremo individui incapaci di elaborare un progetto di sè e di vita sufficientemente autonomo.
Ad atteggiamenti autoritari, che non lasciano spazio al ragionamento e quindi al dialogo, si contrappongono, ma con uguale esito, atteggiamenti di eccessiva comprensione e di 'copertura' che disorientano l'adolescente. Non sono, infatti, casi isolati e sporadici quelli che hanno per protagonisti ragazzi di 'buona famiglia' che, abbandonandosi ad atti vandalici e di teppismo, trovano nei genitori dei difensori che liquidano le loro bravate con l'espressione "sono solo ragazzate". Se è bene che i genitori facciano sentire ai figli affetto e appoggio a prescindere da quello che hanno commesso, non è giustificabile coprirli diventandone in tal modo complici. Probabilmente in essi affiorano profondi sensi di colpa derivanti dalla consapevolezza di non aver seguito abbastanza i figli che, perciò, sono cresciuti senza una guida. I genitori, insomma, ammettono, con tali atteggiamenti, di aver mancato nel ruolo di educatori e, difendendo ingiustamente i propri figli, cercano di assolvere anche se stessi.
Questa società ha bisogno di veri padri e vere madri, di insegnanti motivati e di umili animatori, di educatori, insomma, che con amore e donazione sappiano far capire quanto è più gustosa e più bella una vita costruita sull'amore, sulla giustizia, sulla onestà, sul rispetto reciproco, sulla verità... E quando un ragazzo ha imparato a gustare le cose più belle e dense di valore, non solo distoglierà la sua attenzione dalle cose vuote, ma avrà imparato a dare un senso più vero alla propria esistenza, predisponendosi, nello stesso tempo, all'incontro con la trascendenza.
Bibliografia:

Adler F., Prassi e teoria della psicologia individuale, Roma 1947
Bertolini P. (1972), Il problema della gioventù socialmente disadattata, Milano Vallardi
Bertolini P., Autonomia e dipendenza nel processo formativo, Firenze, La Nuova Italia
Bertolini P., L’esistere pedagogico, La Nuova Italia, Firenze1990
Bertolini P., Ragazzi difficili, La Nuova Italia, Firenze 1993
Briosi A. Autobiografia e finzione. Quaderni di retorica e poetica, 1986
Demetrio D. Il gioco della vita, Guerini, Milano
Demetrio D. Pedagogia della memoria, Meltemi, Roma.
Galli G. Interpretazione e autobiografia, in Atti dell’Undicesimo Colloquio sull’interpretazione, Marietti, Genova 1990
Merleau-Ponty M. (1945), Fenomenologia della Percezione, Milano Il Saggiatore, trad 1980
Merleau-Ponty M., Fenomenologia della percezione, Giunti e Barbera, Firenze
Palmonari A., Identità imperfette, Il Mulino Bologna
Piussi A. M. (1989), Educare nella Differenza, Torino, Rosenberg &Sellier
Winnicott D.W., Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1989
Zanelli P., Uno sfondo per integrare, Cappelli, Bologna

IL RACCONTO DI SE' E LA SOFFERENZA INTERIORE

IL DISAGIO ESISTENZIALE NEL RACCONTO DI SE’
La rielaborazione mentale della sofferenza interiore

di LAURA TUSSI

La narrazione autobiografica evidenzia esplicitamente il suo potere curativo in quanto rappresenta un efficace strumento terapeutico, educativo e formativo utilizzabile con diverse tipologie d’utenza. L’esigenza dell’intimo racconto di sé scaturisce molte volte dal disagio e dalla sofferenza esistenziali e anche a livello psichico, che sfocia con l’aiuto della parola in una rielaborazione mentale medicamentosa rispetto al dolore interiore. Uno psichiatra americano, Polster, si è occupato della narrazione autobiografica e del racconto orale quale efficace strumento e veicolo emozionale utile per “scaricare l’energia accumulata” (Polster, 1988). Ogni individuo per recuperare l’equilibrio originario necessita di sublimare le emozioni intense quali il dolore, la rabbia, la paura, ma anche l’euforia per espellerle nell’ambiente esterno (esosistema) al fine di ricondurre il soggetto alla stasi iniziale, ossia allo stato omeostatico in cui si potevano evitare scompensi vivendo all’interno di un calibrato distacco emotivo. La narrazione del proprio percorso esistenziale anche all’interno di un processo di crescita concede di sfogare e sublimare stati d’animo, le emozioni, i sentimenti che spesso non è possibile esprimere, in quanto caratterizzati in semantiche negative e riprovevoli, come l’odio e l’invidia. Risulta dunque utile e necessario insistere sull’espressione dei propri sentimenti più intensi e profondi non solo per allentare la tensione, ma anche per riconoscere le proprie pulsioni e raggiungere una più intima consapevolezza ed accettazione della propria personalità. L’azione confortante arrecata dalla narrazione consiste nella potenzialità di esteriorizzare le difficoltà implicite (White, 1992) in una condizione liberatoria scaturita dall’espulsione simbolica dei fantasmi interiori, in quanto il racconto ingenera la necessaria presa di distanza, indispensabile all’accettazione e all’elaborazione dei vissuti dolorosi e problematici. In questo senso si verifica spesso nei racconti autobiografici l’uso della terza persona e la frequenza di analogie, metafore, eteronomi che costellano le narrazioni personali, come strategie per dualizzarsi e sdoppiarsi, divenendo altri da sé, proiettando simbolicamente il disagio e il dolore intimi e personali su figure vissute come sdoppiamento del narratore. Tanti racconti drammatici manifestano una spiccata qualità teatrale riconducibile nello specifico al processo proiettivo di distanziamento tramite la catarsi autobiografica, nella realizzazione di un equilibrio interiore benefico. L’aspetto lenitivo del raccontarsi non dipende dall’ambiente contestuale circostante, ma trae fonte diretta dall’autore stesso, in qualità di artefice ed attore, che agisce in modalità spontanee.

Il distanziamento esistenziale. La bilocazione temporale.

Il soggetto narratore risulta sincronicamente soggetto e oggetto della riflessione che si trasforma automaticamente in altro (Briosi, 1986) nell’ambito di una condizione rappresentata dall’omologia fra introspezione autobiografica e ritratto pittorico in cui l’artista deve alternativamente posare e dipingere, così il narratore autobiografo diventa scrittore dell’esistenza del personaggio che osserva vivere e che è contemporaneamente sé e non-sé. Questo decentramento cognitivo diviene una sorta di bilocazione introspettiva, uno sdoppiamento che permette e consente apertamente al narratore autobiografo di indagare e descrivere la propria storia di vita in qualità di spettatore come se osservasse una vita altra, ossia l’esistenza di un altro. Il distanziamento bilocativo è un atto creativo all’interno del processo narrativo che conduce il narratore autobiografo ad osservarsi con inconsueta curiosità e attenzione come se davanti a sé ci fosse un estraneo che reincarnasse tutto il proprio vissuto. Tale atteggiamento paradossale presenta un effetto positivo perché aiuta ad avvicinare ed al contempo distanziare il sé narratore dal sé narrato, rendendo potenziale il processo narrativo e facilitando il racconto. Questo sdoppiamento facilita il consolidamento del senso di sé attraverso l’accettazione dei ruoli che si sono impersonificati e delle realtà soggettive che si è diventati. La ricerca del proprio passato nelle radici del tempo può fungere da coadiuvante per illuminare il presente e la narrazione dell’attualità quotidiana permette di rivalutare il passato sotto un’altra ottica e visuale. L’introspezione autobiografica lancia uno sguardo aereo attraverso i meandri stretti, le ampie radure, le discese aspre, gli orizzonti rasserenanti delle nostre esistenze, che permette di conferire un senso globale, un ampio significato allo scenario complesso della vita, facilitando la comprensione dei nessi interconnessi, i significati profondi e reconditi, sfuggiti o non ancora compresi e accettati. La bilocazione cognitiva nel contesto narrativo si svolge in diversi livelli (Demetrio, 1994). In primo luogo come trasposizione tra la prima persona io e la terza lui o lei, il che porta a trovare una collocazione fuori di sé, dove il soggetto si autocontempla come se fosse un altro individuo. Un altro livello consta nella capacità di localizzare il proprio sé nel passato, per poi proiettarsi nel futuro tramite la dimensione progettuale, stimolato dall’autonarrazione, in una bilocazione temporale dal passato, al presente, al futuro. Il livello che comprende le dimensioni o simbologie archetipiche dell’interno e dell’esterno, coinvolge il paradigma relazionale tra vita interiore e vita esteriore, raccontando la personale evidenza sociale, nella narrazione di sé in termini di esperienze pubblicamente riconosciute e riconoscibili dagli altri. Il discorso dei personali processi psichici, emozionali e dei vissuti intimi, si deve affiancare anche alle modalità vitali esteriori. Questo ambito di intimità con se stessi viene coadiuvato, approfondito, reso fertile e mantenuto in vitale armonia dalla narrazione autobiografica.

Narcisistiche autocontemplazioni.

La dimensione narcisistica alimentata di continuo nello svelarsi del racconto, rivela nuovi interessi nei confronti della narrazione incentrata nel minimo particolare verso elementi precipuamente intrisi di egotismo narcisistico. Il racconto della personale storia di vita e del proprio sé, fa innamorare il suo protagonista di una passione positiva e generatrice del desiderio di approfondire la conoscenza interiore e introspettiva. La rinnovata attenzione finalizzata alla narrazione delle proprie istanze interiori, condurrà alla valorizzazione di aspetti, eventi, momenti ed emozioni prima dimenticati o trascurati tramite la valorizzazione delle capacità di emozionare stupire, incantare e affascinare verso i più reconditi meandri degli anfratti della psiche umana. Il racconto autobiografico rende infatti consapevoli del fascino insito nell’esistenza di ogni singola persona. L’emozione fatta scaturire dalla narrazione si svela quale valore prezioso per l’arricchimento del proprio animo intrasoggettivo come fonte di entusiasmo nuovo nei confronti dell’avvenire, in una fertile autocontemplazione (Galli) che si ripercuote sull’essere personale, presente e futuro, ampliando i canali conduttori e le vie di comunicazione, dello stupore, della meraviglia, della fascinazione interiore quale continua apicale indispensabile al desiderio di cambiare e di crescere per tutto l’arco dell’esistenza.

Bibliografia

Briosi A. Autobiografia e finzione. Quaderni di retorica e poetica, 1986
Demetrio D. Il gioco della vita, Guerini, Milano
Demetrio D. Pedagogia della memoria, Meltemi, Roma.
Galli G. Interpretazione e autobiografia, in Atti dell’Undicesimo Colloquio sull’interpretazione, Marietti, Genova 1990

DIFFERENZE NELLE IDENTITA' DI GENERE

DIFFERENZE DI GENERE
I percorsi di costruzione dell’identità di genere

Elaborato dell’incontro con Elena Riva della serie IL DISAGIO INVISIBILE presso LA CASA DELLA CULTURA di Milano- Novembre 2004

di LAURA TUSSI

Esistono diversi percorsi di identificazione dell’identità di genere maschile e femminile. La costruzione dell’identità è evidentemente il compito nucleare dell’adolescenza in quanto fase in cui si ridefinisce un’idea di sé che diventa consapevole e in particolare si ridefinisce e diventa cosciente come idea sessuata di sé. L’adolescenza e l’identità contemporanea si costruiscono tramite sistemi diversi rispetto al passato, in quanto le tappe identitarie si forgiavano attraverso sistemi e gerarchie sociali collettivi e celebrazioni di rito, come per esempio i rituali iniziatici e le fasi di celebrazione collettiva dei passaggi da un ruolo sociale ad un altro, dove i ruoli sia sociali che affettivi in cui ci si inseriva erano molto ben definiti. Mentre l’identità contemporanea si costruisce attraverso percorsi di elaborazione più soggettiva, più individuale che si inserisce in modalità sociali molto meno precise e meno definite. Essere maschio o femmina oggi è qualcosa di molto meno stabilito socialmente di quanto avveniva in passato, così come per quello che riguarda gli altri ruoli, sia sociali, sia affettivi. Quindi si tratta di percorsi più lunghi e costruiti attraverso percorsi soggettivi ed obiettivi di elaborazione individuale o meno, organizzati socialmente e fondamentalmente definiti. L’adolescente attuale deve inserirsi non in percorsi rigidamente organizzati, ma in aspettative di ruolo molto meno chiare rispetto al passato che aumentano il livello di complessità, di flessibilità, con tutti gli aspetti positivi e negativi del caso. L’identità contemporanea è sicuramente più complessa, più flessibile e lascia spazio maggiore alla libertà individuale, ma quindi anche all’incertezza soggettiva meno contestualizzata in ambiti fondamentalmente rassicuranti. I percorsi maschili e femminili nella costruzione dell’identità non sono gli stessi. Quando si tratta di identità di genere si identifica qualcosa che concerne le aspettative relative all’essere maschio e all’essere femmina, all’interno di un determinato ambito psicosociale. Quindi non si tratta di un concetto biologico, perché diverso dall’identità e dall’orientamento sessuale. E’ qualcosa che riguarda le aspettative di ruolo relative all’essere maschio o femmina all’interno di una determinata cultura.

L’infanzia e la definizione delle identità.

Le origini dell’identità di genere, ossia l’identità nucleare di genere si costituiscono nella prima infanzia, sono addirittura precedenti alla consapevolezza della differenza anatomica fra i sessi. E’ un qualcosa che riguarda uno stato soggettivo del sentirsi maschio o femmina che si costruisce a partire dal fatto che i genitori pensano di avere un neonato sessuato. E’ qualcosa che riguarda l’immagine di sé che si costruisce attraverso il rispecchiamento nelle relazioni di base con i genitori. Sussiste un nucleo dell’identità di genere che si fonda sostanzialmente nella prima infanzia e che intanto per maschi e per le femmine comporta una differenza di base. Il primo oggetto d’amore e d’identificazione per entrambi i sessi è la madre, significando che il bambino maschio ha come primo oggetto di identificazione “un’altra”, appunto di altro sesso da cui deve disidentificarsi e separarsi per rivolgersi altrove, ma che ritroverà in altri aspetti e sembianze nel futuro come nuovo oggetto d’amore. Mentre la bambina ha come primo “altro da sé” un altro uguale a sé e da cui non dovrà quindi disidentificarsi nelle stesse modalità maschili. Però la bambina dovrà fare uno spostamento per l’oggetto d’amore verso un altro di un altro sesso. Questa differenza di base determina discrepanze e diversità importanti per quello che riguarda la costruzione differenziata e sessuata dell’identità di genere.

La paternità nel processo di individualizzazione e di crescita.

Per l’adolescenza maschile, in quanto l’oggetto d’amore primario è la base, la problematica fondamentale è la separazione della disidentificazione, di doversi staccare da quello che rimane un nucleo d’attrazione primaria, in quanto comporta problematiche di dipendenza e passività. Risulta necessaria la figura paterna che sostenga il processo identificatorio. La presenza del padre è un elemento fondamentale per consentire la costruzione dell’identità di genere nell’adolescente maschio, in quanto “altro” valorizzato da sé e dalla madre.
Non è il padre di freudiana memoria con le sue valenze limitanti e castranti, ma è un padre che fornisce modelli, sistemi di valori, norme di comportamento, che accompagna la funzione di tutore della crescita, in una funzione maschile essenziale per la costruzione del sistema di valori che governano l’identità di genere maschile e di cui sentiamo una forte carenza nell’attuale sistema sociale, per esempio considerando il processo di femminilizzazione della scuola, come una delle istituzioni per cui forse i preadolescenti maschi si trovano più a disagio nel percorso di scolarizzazione, per cui la dimensione femminile preclude l’identificazione con la componente maschile. Nel momento in cui viene meno il ruolo maschile adulto, come ruolo ostetrico rispetto al fare emergere i valori maschili, si presenta il rischio che questi ultimi agiti nell’ambito del gruppo dei pari assumano, proprio per effetto d’attrazione degli aspetti infantili come la passività e la dipendenza, forme di radicalizzazione e vengano estremizzati, nella difficoltà di integrazione dell’aggressività quale istanza virile. Quindi l’elemento virile propositivo, costruttivo, attivo, si trasforma purtroppo in violenza che deriva dalla mancata presenza di una funzione adulta come potenziale contenitore e integratore di un preciso sistema di valori.

L’adolescenza femminile rispetto al ruolo materno

Problematiche diverse si riscontrano nel percorso adolescenziale femminile. Al momento della scoperta anatomica e della differenziazione sociale tra maschile e femminile subentra una sorta di delusione narcisistica da parte della bambina per la propria identità che nasce da una ferita, secondo Freud l’invidia del pene, quale trauma complesso riguardante l’immagine di sé, del proprio valore in quanto donna, maturando un senso d’inferiorità viscerale. Si tratta comunque di una ferita che facilita lo spostamento della simbolizzazione verso il padre, verso il maschile, decentrando l’oggetto d’amore, ma che rende il percorso di costruzione dell’identità di genere un’istanza da ricostruire rispetto ad una delusione primaria, attraverso processi di identificazione e controidentificazione con individui dello stesso sesso.
Integrare le caratteristiche della costruzione dell’identità di genere così come viene proposta e suggerita dalla società contemporanea con quello che concerne lo specifico dei valori della femminilità e del materno, in aree che riguardano la realizzazzione della femminilità e dell’area materna, della seduttività, in una società così complessa risulta essere un’operazione molto complicata.