I Milanesi. (1) Interviste
I Milanesi. (2) Interviste
I Milanesi. (3) Interviste
Ken Livingstone, Sindaco di Londra. Intervista
Oliviero Toscani, fotografo. Intervista
Giuseppe Natale, Comitato per la città metropolitana. Intervista
Bruno Bosco, economista Intervista
Maurizio Pallante, esperto di risparmio energetico. Intervista
Aldo Ferrara, Presidente centro studi economia e ricerca. Intervista
Paolo Cento, coordinatore dei Verdi. Intervista
Marco Baliani, attore. Intervista
Corrado Giannone, esperto di organizzazione. Intervista
Pancho Pardi, docente. Intervista
A MILANO PER IL MONDO degli ADOLESCENTI
Una corretta politica amministrativa deve concedere ambiti e servizi per i giovani, per far fronte ai loro problemi, per risolvere il loro disagio, per dare spazio e vita alla loro creatività e voglia di costruire, di fare, di andare oltre un impasse governativo da catastrofe...
A MILANO LE SINERGIE PER IL DISAGIO ADOLESCENZIALE.
Dal Tribunale dei Minori, all’Ufficio Scolastico Regionale insieme per affrontare “il disagio invisibile”.
Elaborato dell’intervento di Silvia Vegetti Finzi, presso la Casa della Cultura di Milano, dicembre 2004.
di LAURA TUSSI
Sembra che Milano sia la capitale degli studi sull’adolescenza, almeno dal punto di vista psicologico e sociale. Ma forse è Milano una città adolescenziale?
Non è un caso che proprio in questa città rispetto a tanti altri luoghi possibili fioriscano per una serie di sinergie molto vitali degli studi a cui tutti nel nostro Paese e poi anche all’estero fanno riferimento. Storicamente il filone degli studi sull’adolescenza è stato inaugurato da Tommaso Senise e recentemente i punti di forza sono veramente tanti come il Centro Studi sulla famiglia di Eugenia Scabini che ha approfondito un tema nuovo, quello dei giovani adulti, per il fatto che questi ragazzi che una volta si allontanavano da casa entro i 22 e 23 anni, ora rimangono in famiglia fino oltre i 30 anni. Quindi a una “famiglia lunga” corrisponde un periodo adolescenziale dilatato e in certi casi infinito. Gli studi dello IARD che fanno capo soprattutto ai sociologi Cavalli e De Lillo hanno condotto inchieste fondamentali sulla situazione dei giovani e degli adolescenti in Italia. L’istituto Il Minotauro di Milano, centro di studi sull’adolescenza in ambito psicologico e sociale, fa capo a due grandi maestri Fornari e Charmet e a una serie di collaboratori. L’Ufficio Scolastico per la Lombardia, sotto la direzione del Professor Dutto, ha dato un ampio contributo all’impresa degli studi sull’adolescenza e sua è la parola d’ordine “Il disagio invisibile” che ha spinto sia gli addetti ai lavori, sia la scuola ad elaborare una sensibilità, un’attenzione sempre in ordine alla prevenzione, non per il disagio eclatante, ma per un malessere più silenzioso che non trova parole, senza manifestazioni e che deve essere interrogato, comunque, perché le influenze e gli effetti possono essere molto negativi. Si ricorda il Tribunale dei Minori che fa capo al Presidente Livia Pomodoro e ad Alfio Maggiolini che coordina i servizi psicologici del tribunale. Anche la Diocesi di Milano è molto sensibile alle tematiche adolescenziali con Don Gino Rigoldi. Altri punti di forza che costituiscono questa rete di sinergie straordinarie sono l’editoria, come la Franco Angeli e le sue collane dedicate all’adolescenza ed alcuni quotidiani, come anche il Corriere. Il filo rosso che passa nei saggi dell’editoria universitaria e scolastica è la risimbolizzazione di sé, ossia gli stampi della tradizione con cui si insegnava ai giovani come si diventava adulti e questa transizione dall’infanzia all’adolescenza aveva dei percorsi già prefigurati, attualmente questi stampi si sono infranti. Attualmente i giovani hanno il difficile compito di configurarsi da sé, di darsi forma, identità, di narrare una storia, di trovarsi un progetto: è un compito estremamente avvincente se riusciamo a dar loro il senso dell’avventura della grandezza creativa di questa dimensione e prospettiva evolutiva, ma è anche un compito difficile che può creare smarrimento senso di angoscia, di panico e di solitudine. Stiamo dando ai nostri giovani un progetto veramente difficile da affrontare e non abbiamo ancora ben chiaro gli strumenti con cui possiamo aiutarli in questo ruolo. Divenire sé, formarsi, conformarsi, narrarsi e proteggersi è un progetto lasciato ai giovani con conseguenze che potrebbero essere favolose, perché si mobilita la loro creatività, ma che possono produrre anche dispersione, panico e spaesamento. I problemi storici di questo momento riguardano anche i servizi sociali con la crisi in atto degli sportelli d’ascolto degli studenti. E’ molto importante ribadire l’importanza che esista un servizio psicologico, non generico, ma personalizzato, individualizzato, disponibile ad ascoltare il singolo studente ad aiutarlo a costruire e a narrare la sua storia di vita. Gli sportelli e tutti i servizi sociali rivolti all’adolescente, allo studente, alla persona, sono molto importanti e hanno un notevole valore preventivo, di analisi, di sostegno a livello sociale, ma purtroppo i fondi sono stati tutti tagliati e tutti gli sportelli consultori ASL sono stati chiusi in questi tempi. Occorre che genitori, insegnanti, psicologi difendano queste nuove acquisizioni della psicologia, in quanto è molto importante e opportuno di questi tempi.
I NUOVI ADOLESCENTI
I NUOVI ADOLESCENTI: padri e madri di fronte a una sfida.
Recensione al libro di Gustavo Pietropolli Charmet
di LAURA TUSSI
Il disagio adolescenziale crea situazioni di allarme tali da indurre i genitori a compiere un passo importante ancora, tutto sommato, nella nostra cultura, il fatto di rivolgersi ad una consulenza psicologica che è comunque un messaggio al figlio importante e significativo, comunicando una sorta di resa temporanea dal punto di vista educativo, dicendo che i problemi che il ragazzo in quel determinato periodo presenta, confondono i genitori a tal punto da dover arruolare un “mercenario” educativo, lo psicologo, all’interno della famiglia, per fare il punto della situazione.
A creare allarme, generalmente, sono più i ragazzi di sesso maschile rispetto alle femmine, perché i loro comportamenti si manifestano maggiormente sul versante trasgressivo dell’attacco alla norma, della contestazione all’autorità. Comunque la sofferenza maschile tende ad essere espressa attraverso azioni, piuttosto che tramite sintomi interiori. Le ragazzine costruiscono silenziosamente, lentamente, nel tempo le forme più insidiose della manifestazione del dolore, della solitudine della sofferenza e dell’angoscia; basti pensare ai disturbi della condotta alimentare, che rimangono a lungo silenziosi, latenti e si notano spesso in ritardo. In molti centri psicosociali territoriali, all’interno del sistema formativo, a livello nazionale, è molto frequente la presenza maschile, di un certo numero di ragazzi che creano a scuola o in famiglia o nel contesto sociale situazioni allarmanti significative che spingono i tutori ad accompagnare il soggetto in questione dallo psicologo sperando che questi sia in grado di accoglierlo, di motivarlo, di stimolarlo e trasformare le azioni in pensieri, parole e competenze, trovando un modo alternativo e più adeguato per esprimere diversamente la contestazione. Esistono comunque, sostanzialmente, due tipi di adolescenze, legate strettamente all’identità di genere, maschile e femminile, molto differenti tra loro. Proprio attualmente la famiglia offre pari opportunità educative, di stimolazione alla crescita, rispetto alla cultura, in relazione alla formazione in tutti i campi. Si nota ancora maggiormente la differente declinazione ed interpretazione che il sesso maschile e femminile attribuisce al processo adolescenziale, perché svolgono compiti diversi ed hanno funzioni differenti da elaborare mentalmente, anche pensando alla divario radicale che esiste tra adolescenti maschi e femmine, anche nel processo di elaborazione della generatività, vale a dire nell’acquisizione di competenze materne e paterne, che nelle ragazze sono evidenti, spettacolari, producono molteplici pensieri e fantasie, sogni e che nei ragazzi sono assolutamente silenziosi e latenti perché non pensano in modo così esplicito alla paternità, e non costruiscono intorno a tale pensiero, che in fondo sarebbe realistico, relativo proprio all’attivazione biologica di una competenza che precedentemente, da bambino, non possedeva. Eppure, tale competenza rimane silenziosa. Mentre nella femmina stimola una serie di pensieri e di preoccupazioni che la costringono anche a condotte di verifica e di collaudo a volte molto rischiose. Quindi maschi e femmine nella loro adolescenza, attualmente, seguono percorsi diversi e producono modalità di espressione della sofferenza e del disagio quando il loro percorso evolutivo subisce una battuta d’arresto, reagendo appunto in modo differente: le ragazze attaccano il proprio corpo ed i ragazzi la realtà, la società, l’istruzione, la famiglia. Quindi si presentano come due scenari diversi in due luoghi diversi, dove lo psicologo deve intercettare il conflitto ed il significato che esso sottende per trasporlo dal corpo alla mente, dall’azione trasgressiva, al pensiero.
Il silenzio degli adolescenti
Un rimprovero che la cultura degli adulti muove in modo spesso implacabile nei confronti degli attuali adolescenti, consta nel fatto di essere sostanzialmente “silenziosi” socialmente, come se disobbedissero a quello che è in qualche modo un mandato ambiguamente affidato dagli adulti ai ragazzi, vale a dire irrompere sulla scena sociale apportando la novità, la protesta, il cambiamento, un grande progetto utopico generazionale, comprensibile, di massa, che si esprime in slogans, in comportamenti, in scelte, in travestimenti ecc…Da questo punto di vista l’attuale generazione di adolescenti è assolutamente “silenziosa” e la dimensione della “cosa pubblica”, l’aspetto politico-sociale, sembra essere lontano effettivamente dai loro autentici interessi ed impegnarli molto poco. Comunque la proposta è molto differenziata: l’arcipelago delle culture giovanili produce progetti che non hanno l’aspetto unificante del grande disegno utopico degli anni ’60 e ’70. Allora da questo punto di vista gli adolescenti risultano remissivi, taciti, quieti. E’ vero però che la cultura degli adulti ha bisogno di allestire dei dispositivi di ascolto in grado di decodificare altri messaggi che i giovani inviano costantemente e che non sono relativi alla politica, alla storia, all’”agorà”, ma che concernono la relazione, il gruppo di pari, l’amicizia, il nuovo contratto tra maschio e femmina nel nuovo galateo amoroso, nelle nuove relazioni familiari, in cui i ragazzi di questa generazione stanno lavorando, progettando, inviando messaggi. Su tali argomenti non risultano silenti.
Tutti rimangono in fondo colpiti dalla nuova interpretazione dell’adolescenza, la relazione di appartenenza all’ambito familiare, il nuovo rapporto con gli adulti ed anche col sapere, con la conoscenza, con l’idea di crescita, con i valori, con la legge e le norme. Quindi le novità sono presenti, ma non comportano quell’aspetto “rumoroso”, caotico ed in fondo comprensibile del grande progetto ideologico ed utopico. E’ come se avessero cessato di proporre il cambiamento sociale, però propongono la trasformazione relazionale, nel mondo degli affetti, piuttosto che nell’ambito della politica.
Dalla famiglia etica a quella affettiva
Dal punto di vista psicologico è assodato un fenomeno non solo nel nostro Paese, ma anche all’estero, che individua processi di socializzazione, modelli educativi, in qualche modo confrontabili con i nostri, cioè l’interpretazione sociale dell’adolescenza non presenta più quegli aspetti di contestazione dell’autorità del padre, della madre, del ruolo dei genitori, della scuola, dello Stato.
Questo si esprime anche non solo in modo spettacolare, nella trasformazione di una condotta generazionale che interpreta quel senso di emancipazione, di identificazione richiesta in termini pacifici, guardando alle istituzioni ed agli adulti come possibili eventuali risorse, piuttosto che come avversari da abbattere per poter crescere, per potersi liberare, per poter affermare la propria verità affettiva, sociale, sessuale ecc…Non è più così. Allora lo sviluppo, la crescita assumono un’interpretazione diversa e all’interno della famiglia questi aspetti contrattuali, negoziali, non violenti, non contestativi, ma di elaborazione sostanzialmente pacifica, costringono a chiedersi cosa sia cambiato. Se i ragazzi si atteggiano disarmati nei confronti degli adulti, se le loro occupazioni di spazi pubblici sono tendenzialmente pacifiche a parte le frange violente degli ultras del calcio e le bande giovanili, ma come generazione, quale trend generazionale è caratterizzato indubbiamente da una pace maggiore nelle relazioni categoriali di genere ed intergenerazionali. Cosa sussiste nella storia della formazione degli attuali adolescenti che può indurli a ritenere che non è più necessario uccidere simbolicamente il padre e quindi l’autorità, la norma, la legge, il principio di realtà? Allora l’indagine, l’ascolto della trasformazione dei modelli ai quali si ispirano il nuovo padre e la nuova madre ha portato a verificarne come la crisi dell’autorità paterna abbia attribuito spazio a forme di relazione educativa col figlio da parte del genitore maschio sicuramente molto più affettive. I padri che rimangono nella relazione educativa di accudimento rispetto ai figli, tendenzialmente, operano per formare soggetti etici, vale a dire buoni cittadini, buoni studenti ma certamente non pensando di voler trasmettere valori e norme, oppure di usare regole saldate a principi morali. Al contrario ritengono che l’importante sia dialogare e costruire assieme rappresentazioni del mondo convincenti.
Questo ha indotto a sostenere l’idea di “disarmo del padre”. Il trasferimento di questa qualità di relazioni sulla scuola e nell’ambito della società, tende a far guardare agli adulti ed alle loro istituzioni non come a degli avversari da cui liberarsi, ma come interlocutori con cui contrattare, negoziare tutto, dal voto, alle norme, alle regole, in questa situazione molto impastata di affetti, emozioni, attese, aspettative, esigenze. La madre, in tutto questo, gioca un ruolo importantissimo, naturalmente, in quanto spesso si trova a svolgere funzioni paterne tradizionali, deve proporre modelli di identificazione ai figli, che sono a volte competitivi con i ruoli svolti dal padre. La madre offre al figlio adolescente, che comincia ad interessarsi di come si vive in società, anche il proprio modello di impiego, di produrre reddito, di interessarsi alla cosa pubblica. Il modello femminile e maschile di impiego, di lavoro, sono notoriamente differenti, quindi i figli hanno anche possibilità di scelta, per diventare soggetti sociali, assumendo il modello materno o paterno. Deriva anche da questo motivo il processo di progressiva femminilizzazione dell’adolescenza attuale, sicuramente molto più intenta a risolvere gli enigmi di autorealizzazione e di espressione. Esiste anche un valore sintetico, non etico e morale o che concerne una dinamica di potere, ma che riguarda l’utilità delle esperienze volte alla realizzazione sociale, affettiva, sentimentale, intellettuale, ma soprattutto relazionale. Questo è sicuramente il trasferimento di un’aspettativa maturata all’interno della famiglia, vissuta come un luogo di socializzazione per capire la propria identità e per avvicinarsi a delle risorse. Trasferire tale aspettativa dalla nicchia affettiva primaria alle istituzioni sociali, significa portare a scuola, all’interno della società, una richiesta di ascolto e non la violenza dello scontro, diritto quasi ineludibile per crescere, ma appunto, un’attitudine contrattuale alla ricerca di spiegare e plasmare i conflitti e, a cominciare dalla scuola ma poi dalle altre associazioni, le istituzioni degli adulti che hanno le loro tradizioni e regole, a questa esigenza innovativa di ascolto, di comprensione, di ricerca d’identità.
Fragilità latenti
Il cambiamento degli adolescenti nuovi che non sono violenti, ma sentimentali, quando esagerano, risultano il frutto di un processo relazionale maturato nella loro infanzia, che ha puntato molto al centro dell’attenzione la loro preziosità ed unicità, impostando le premesse ad una fragilità narcisistica, vale a dire, l’aspettarsi molto da se stessi e maturare forti attese rispetto al successo ed al riconoscimento del proprio valore e delle proprie azioni, creando di conseguenza un effetto a sorpresa nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, durante cui è molto difficile raggiungere tali risultati e tremende e spietate risultano le inevitabili frustrazioni.
Questo elemento di fragilità che comporta la permalosità, il ritiro, il disinteressamento di valore, la rottura del contatto con tutto ciò che proviene dalle interpretazioni di ruolo che portano frustrazioni. Per esempio la scuola è mortificante e frustrante come inevitabilmente, in certi casi, deve essere ovviamente, e compare questo effetto di impreparazione al dolore mentale, al disagio, alla sofferenza, alla mortificazione narcisistica. Il provvedimento che i ragazzi adottano consiste nello staccare i “fili” che collegano il ruolo di studente al proprio sé, cosa che diventa spettacolare, palese, evidente, perché i ragazzi in analisi trattano di tutto tranne che di scuola, esclusa dalla vita quotidiana. Questo comporta demotivazione, insuccesso e abbandono scolastico.
Il senso di colpa
Sembra di intravvedere un aspetto da rielaborare nel processo educativo attuale: studiando le punizioni ed i castighi che generalmente, nella famiglia attuale, vengono impartiti ai figli, si può notare la svogliatezza con cui i genitori inventano appunto punizioni e castighi che sono piuttosto monotoni, ripetitivi, sostanzialmente inefficaci e somministrati con scarsissima convinzione. Il castigo più utilizzato è la classica sgridata, l’urlata che può essere anche quotidiana, ripetuta, ad alto volume, drammatica, retorica ed è interessante verificare tale aspetto perché significa che i genitori si attendono che segnalando, tramite il loro urlo, il dispiacere, il dolore, la confusione, lo sgomento, l’indignazione che la trasgressione del figlio ha suscitato in loro, tale reazione risulti efficace per una correzione. Così invitano i ragazzi a sentirsi in colpa per la rottura della relazione affettiva, della comunicazione, non per la lesione di un valore che deriva da Dio, dallo Stato, dalla Chiesa, ma per il dolore che quella trasgressione infligge alla relazione, quindi il castigo è intenzionato a suscitare sentimenti di colpa o di vergogna, che risulta un modo molto diverso rispetto al provocare paura o al riconoscimento che l’infrazione di una data regola è collegata alla lesione di un valore e che il genitore non “urla” a titolo personale, ma in nome della tradizione. Invece attualmente la madre che urla e sgrida si esprime a titolo personale e ricordando il fatto che sussisteva tra lei e il figlio una relazione di fiducia, affetto, di parole e dialogo, che invece con la trasgressione ha seminato disaccordo e scontento. Il fatto di usare la sgridata invece di acrobatici castighi misurati ad hoc su quello che è l’intenzione che ha comportato la trasgressione, fa si che si permanga all’interno di una situazione rischiosa dal punto di vista affettivo e questo potrebbe essere uno degli elementi che rende i ragazzi psicologi molto sofisticati, ma dalla prospettiva etica piuttosto incerta. I genitori si sono trovati negli ultimi anni a fare i conti con una riduzione del tempo disponibile da trascorrere in relazioni di continuità con i figli, hanno dovuto delegare delle funzioni importanti di accudimento, di contenimento ad agenzie educative come la scuola, gli asili, le associazioni, le società sportive. Questo ha indotto a scegliere di tenere basso il livello del conflitto, quindi di escogitare norme che siano facilmente rispettabili. Perché se le norme sono dure, alte, intransigenti, il conflitto è inevitabile, e per risolverlo, pacificamente, proseguendo nello scambio degli affetti, occorre evitare che lo scontro sia troppo drammatico. Di conseguenza le norme, progressivamente nello scenario famigliare, si sono staccate dai principi e sono diventate rituali che regolano la comunicazione e la vita domestica. La scuola, come agenzia parafamiliare, rinfaccia ai genitori il fatto di aver educato i figli a comportamenti o al rispetto di regole che valgono solo in seno alla famiglia e che non hanno significato di carattere generale. Il governo della comunicazione e degli scambi è affidato a norme inventate appositamente per la singola famiglia e che evitano il conflitto e cercano di mantenere basso il livello di scontro perché occorre tempo per raccontare pacificamente e risolvere il conflitto. Il “non litigare” e mantenere aperto il canale del dialogo, dell’appartenenza e costruire una relazione permette di sperare che andare d’accordo costruisca buone relazioni anche con il sociale e che se il ragazzo ha interiorizzato una buona presenza, l’amore e l’affetto, finirà poi per amare gli altri, la scuola e rispettare le regole. Certamente non vi è grande spazio di scelta, perché il nuovo modo di organizzare la vita familiare comporta indubbiamente una contrazione dei tempi di contatto educativo. E se ci si chiedono le conseguenze? Quando si possiede minor tempo a disposizione per il dialogo nell’appianare il conflitto, occorre scegliere, prendere una decisione: la famiglia, i genitori hanno scelto il contenuto. I contenuti sono l’amore, l’affetto, il volersi bene all’interno della famiglia. A questo punto i valori, le norme, le tradizioni sono di intralcio al buon mantenimento della relazione perché l’importante è andare d’accordo e organizzare buone separazioni, precoci e prolungate, se occorre avere una buona memoria di affetti in assenza della famiglia. Se il bambino sta bene alla scuola materna ed è in buoni rapporti con i genitori perché la separazione avviene in un clima pacifico di sicurezza è chiaro che verrà eliminato tutto ciò che crea conflitto come le regole provenienti dalla tradizione, non addomesticate e familiarizzate, non ricondotte al significato attuale, perchè vengono da lontano e per farle rispettare non occorre il dialogo, ma l’imposizione che provoca conflitto, dolore, sofferenza. Come si fa ad organizzare separazioni così precoci, così prolungate nel tempo, se, in sostanza, non si usa lo strumento dell’identificazione profonda con il diritto del bambino ad evitare il trauma e la rottura della relazione, dedicando il tempo a organizzare buoni commiati, congedi e pacifici ritrovamenti? Questa è una scelta strategica. L’abbassamento del livello di conflittualità può essere ottenuto tramite norme più miti, punizioni centrate maggiormente sul senso di colpa piuttosto che sulla paura più difficile da domare e controllare e che tende a esprimersi anche verso l’esterno. Se il bambino ha paura del castigo, immaginerà di poterlo incontrare anche al di fuori della cerchia domestica. La situazione risulta complessa. Il lavoro dei genitori si concentra intorno a questo punto di disagio: come fare ad organizzare una ridistribuzione della funzione di contenimento e di accudimento dei figli? La madre sta coinvolgendo maggiormente il padre e la scuola, attraverso tutta quella serie di percorsi protetti che la famiglia ha già predisposto per contenere i ragazzi in assenza dei genitori.
La difficile separazione e la funzione protettiva del gruppo.
La cultura psicologica ha spacciato credenze, modelli di cui poi si è dovuto fare ammenda. E’ difficile vendere teorie a persone così impegnate e sofisticate come i genitori se non sono utili ai loro fini e coerenti con i loro compiti, come salvaguardare la relazione di appartenenza e di accudimento. L’esito di tutto questo processo è che una grande maggioranza di trentenni vive ancora in famiglia, la quale ha dunque vinto una grande battaglia: non è decaduta. In passato era verosimile che per potersi realizzare occorreva negare il denaro del padre come significante del suo potere, tagliare il cordone ombelicale con la madre, andare ad affrontare la solitudine e la separatezza per potersi realizzare.
La dimensione del gruppo, che sostituisce la nicchia protettiva familiare, le relazioni orizzontali con i coetanei, la funzione degli amici, sono sempre stati ovviamente le esperienze cruciali dell’adolescenza, sempre caratterizzata per la grande scoperta della dimensione etica dell’amore e dell’amicizia, per ricostruire e rinsaldare vincoli, società parallele al mondo degli adulti, per cui risulta evidente che la vita di gruppo è uno strumento al servizio del percorso evolutivo, un ambito in cui vengono elaborati valori, norme, mode ed ha funzioni consolatorie e liberatorie: la dimensione del gruppo è uno strumento straordinario per la realizzazione del sé. Però è vero che sussiste una qualità di dipendenza dalle relazioni con i coetanei per certi versi preoccupante. I ragazzi sono abituati a chiedere al gruppo di risolvere problemi cruciali che li attanagliano: la noia e la tristezza. E chiedono alla dimensione gruppale di essere interlocutore privilegiato di tale richiesta, di dimostrarsi divertente e consolatoria, inventando soluzioni all’intimo disagio.
L’anima e la storia del gruppo che i ragazzi hanno condiviso inventa azioni con effetti stupefacenti per risolvere la noia e la tristezza, adottando nuovi e trasgressivi comportamenti, azioni, sfide, l’incontro con le “sostanze” e la notte, con tutta una serie di fenomeni preoccupanti legati alla dimensione di dipendenza esagerata dal gruppo per l’impossibilità di dirgli di no.
Per discutere e orientarci rispetto a tematiche riguardanti il disagio adolescenziale come problematica all'interno del tessuto sociale e soprattutto delle famiglie per le diverse forme di devianza e disagio connaturate, metto a disposizione
la mia email tussi.laura@tiscali.it
tel 036241978
LAURA TUSSI
ATTENZIONE ALLE PROMESSE FACILI.......
Credo che sarebbe opportuno, se anche tu ritieni che lo scambio di pareri ed opinioni possa arricchire e meglio definire le tue proposte, mettere a disposizione degli utenti un indirizzo e-mail dove inviare documenti che possano servire a Fo per il suo programma.
IL DISAGIO NELLA CITTA’ DEGLI INTERESSI
IL DISAGIO NELLA CITTA’ DEGLI INTERESSI CONTRO L’ETA’ DELLE PASSIONI
Il senso di colpa e la vergogna: elementi psichici freudiani al vaglio del nostro tempo
Incontro della serie IL DISAGIO INVISIBILE con Silvia Vegetti Finzi e Fulvio Scaparro presso la CASA DELLA CULTURA di Milano, novembre 2004
di LAURA TUSSI
Sembra assurdo trattare del disagio invisibile di fronte a queste manifestazioni visibilissime di malessere (i suicidi, il caso Parini). Prevenire il disagio è difficile soprattutto nella città degli interessi, come Milano o come altre grandi città. Infatti Milano è al primo posto della produttività della Nazione. Produrre tanto, costa molto caro, non soltanto in termini economici, nel senso che Milano è la città più costosa del mondo e noi donne sappiamo quanto costi il lavoro femminile, ma anche in termini di relazionalità famigliare, difficoltosa anche per quanto concerne la qualità di vita.
Sembra una città senza sogno che vive il suo disagio privata di speranza nel cambiamento del futuro, senza capacità di trasformarsi e potenzialità di rinnovamento. Milano paga in termini costosi questo eccesso di produttività oltre il limite della qualità della vita. Il fatto più rilevante è la mancanza di tempo, l’impossibilità di dialogo con i figli; occorre sempre l’occasione giusta, perché la vita di un ragazzo non può essere riassunta a fine settimana. Adesso i ragazzi non sanno più spiegare il tipo di lavoro, l’impiego del proprio genitore, la cosiddetta new economy non è raccontabile e quindi è venuto meno questo filo rosso di passaggio tra le generazioni, di scambio della visione del mondo attraverso il racconto, la narrazione, giorno per giorno, anche della confidenza dei problemi lavorativi. Così compare una famiglia breve, di poche parole e di vacue speranze. Si dice che i giovani non hanno valori come sostiene il giudice del tribunale per i minori Livia Pomodoro, perché questa è una società che non desidera e non protende a valori alti, a ideali e idealità con un minimo d’orizzonte d’attesa, pochissimo respiro utopico, senza un mondo ideale al quale tendere e quindi anche i valori rimangono testimonianza dello stile di numerose famiglie, con una modalità quotidiana di porgersi, di atteggiarsi, priva di grandi valori da trasmettere, perché dopo il crollo delle grandi ideologie che hanno contraddistinto il secolo scorso, rimane ben poco da porgere in termini di idealità. Si tratta dunque di procedere a vista, di parlare dei problemi di breve durata, di dare esempi di buon comportamento, chiedendo poi ai ragazzi di disegnare una propria soggettività, al di fuori degli schemi della tradizione, perché gli stampi tradizionali di formazione della personalità sono andati distrutte. La mancanza di un’identità generazionale e di un’appartenenza al collettivo vengono meno per l’assenza di momenti di aggregazione, quindi occorrerebbe trovare altri percorsi per la produzione della soggettività, diversi da quelli della tradizione che non valgono più. Così i giovani sono chiamati ad un compito creativo, di generazione e creatività di sé che non è da tutti, perché occorre possedere dei talenti, delle passioni, degli interessi, perché attribuiscono identità al soggetto. Il problema di un educatore è scoprire nel ragazzo i suoi punti di forza, i suoi piaceri, le propensioni, le predisposizioni, il talento, i desideri, il piacere e tutto questo è estremamente aggregante, può diventare quell’elemento intorno a cui si coagula l’identità creativa stessa. Tale processo di personalità autogestita, creativa, mitopoietica dove in fondo ogni ragazzo deve forgiare la sua figura, il suo mito personale, si scontra invece con l’investimento totale della famiglia sulle presunte abilità e i molto reconditi talenti giovanili. Chi riceve la proiezione dell’immaginario altrui si sente gravato anche perché proprio nella costruzione di sé, come atteggiamento riflessivo, porta dentro implicitamente il modo con cui gli altri lo percepiscono e le richieste che gli altri gli pongono e impongono. Subentra il pensiero onnipotente in un’oscillazione ossessiva che tende da un polo di impotenza, a un polo di onnipotenza in cui “tutto subito” è possibile ottenere. In tutto questo manca il procedimento riflessivo, l’autoriflessione, quello che Bion chiama il “punto zero” in cui l’oscillazione di potenza si stabilizza, si ferma, aspettando un equilibrio. Ma nella famiglia comune il tutto risulta molto vorticoso, le richieste e le pretese insistenti, in un incalzare ossessivo e continuo di rimproveri, per cui il punto riflessivo, il punto fermo non si incontra mai. Si avverte questa accelerazione continua delle richieste altrui che in fine vengono interiorizzate quali pretese e fatte proprie. La vergogna è una delle più antiche forme di costruzione dell’identità personale collettiva. La morale occidentale si forma sulla vergogna, diversa dalla colpa, perché colui che ha trasmesso una trasgressione anche se compiuta non intenzionalmente, nel mondo arcaico è ugualmente colpevole perché ha danneggiato la collettività portandovi il miasma, il male, la malattia, che è diventato male della collettività. Come Edipo deve abbandonare Tebe per colpa sua infestata dalla peste. La colpa con il cristianesimo diventa interiore, si interiorizza progressivamente nel “senso di colpa” di cui citava Freud. Esiste un processo di progressiva interiorizzazione del mondo (Freud). Quello che una volta era esterno, viene introiettato progressivamente. La colpa è diventata un’istanza psichica di cui si risponde di fronte al super-io. Ai tempi di Freud la colpa si riassume nello schema edipico e il super-io trasmette un divieto a cui il soggetto risponde con la grande induzione, con l’interdizione assoluta dell’etica antica, con il divieto ancestrale del “Io non devo!”. La famiglia contemporanea è invece più permissiva, più morbida, più ammissiva, molto meno conflittuale. Gli ultimi conflitti sono stati quelli intergenerazionali della contestazione studentesca, ma dopo questo i rapporti si sono come pacificati. Quindi all’ ”Io non devo!” è subentrata un’altra forma di autointerdizione, che è “Io non posso!”, ossia non ce la faccio a rispondere ai desideri, alle aspettative, ai voti dei genitori, con un senso di inadeguatezza, di inanità, di sconforto da parte dei ragazzi che molte volte rinunciano alla contesa, all’affermazione di sé, proprio per mancanza di autostima, per stanchezza, perché sono stati posti di fronte a compiti impossibili, in cui la vergogna si è trasformata in senso di inanità, di malessere, di inadeguatezza, appunto di un disagio spesso invisibile. Occorre rivalutare il senso di vergogna come istanza del limite alle pretese imposte, come un punto fermo del buon senso orientativo verso le scelte, di un saper essere, più che di un saper fare onnicomprensivo ed onnipotente, la vergogna quale significato della realtà interiore che permetta ancora di stupirci, anche se non più adolescenti, di cercare, di credere, di idealizzare, di costruire l’identità pur tenendo presente il confine culturale tra noi e l’altro.
Scusate, ma ho sempre la stessa domanda
Noto con piacere che la mia mail precedente è stata pubblicata, ma nessuno mi ha risposto. Perchè?.se la domanda è stupida o avete già trattato l'argomento per favore ditemi......qualcosa.
Quindi,la domanda:
......avevo sentito parlare della possibilità di un referendum abrogativo sulla legge elettorale che è stata approvata a dicembre e che ha portato dal maggioritario al proporzionale cancellando di fatto quello che gli italiani avevano fatto cioè scegliere una legge prevalentemente maggioritaria nel 1993.....................ho capito male?......è tardi?......chi deve proporlo?...
Aiuto per favore!
Grazie
Forza Dario!!!!!!!!!!........
Rispondo alla tua domanda
L'unione, all'unisono, ha condannato la legge che fa ritornare il proporzionale. E si è parlato di una raccolta firme per un referendum abrogativo. Tuttavia l'Unione si dimostra su questo terreno assai poco unita (strano, no?). I piccoli partiti (da Mastella in poi) non è che siano molto scontenti di un ritorno al sistema proporzionale che permette loro di giocare il ruolo di ago della bilancia. Dunque, come spesso accade all'interno dell'opposizione, si preferisce per ora tacere. Dopo le elezioni, vedrai che se ne riparlerà.